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12.5.13

PD Veneto: aperta la successione a Rosanna Filippin in vista dell'ormai prossimo congresso


La Nuova Venezia 12 maggio 2013

Pd Veneto, un’assemblea per il nuovo congresso

PADOVA Le dichiarazioni di facciata, naturalmente, sono tutte positive. L’elezione di Guglielmo Epifani a segretario del Partito Democratico (il quarto in cinque anni) sembra aver messo d’accordo quasi tutti. Da Alessandra Moretti («Una garanzia per tutti») a Floriana Casellato («Uomo capace di grandi mediazioni»). Solo Laura Puppato rimane scettica: «Dovrà dimostrare giorno per giorno discontinuità, perché è stato scelto con metodi del passato». Ma appena scalfita la superficie, il Pd veneto torna ad assomigliare a un partito balcanico, costellato da gruppi territoriali e personali. 

Sabato prossimo si riunisce a Padova l’assemblea regionale per avviare la fase congressuale, anche dopo che Rosanna Filippin, da poco senatrice, ha deciso di non riproporre la propria candidatura alla segreteria regionale. Il corpaccione bersaniano (da Zoggia a Mognato, da Ruzzante a Naccarato, da Casellato a Zardini), che da sempre controlla l’apparato trova nel ministro Flavio Zanonato il proprio rinnovato punto di riferimento. La leadership che forse finora è mancata. 
Cresce anche l’area Letta, che fa riferimento sui vicentini Rosanna Filippin e Federico Ginato ma dentro la quale stanno confluendo anche i Popolari di Fioroni (Pierpaolo Baretta è sottosegretario). Ancora relativamente orfana di leadership l’area Renzi, che pure nel Veneto pesa più del 40%: finora ha nel sindaco di Vicenza Achille Variati, nel vicepresidente del consiglio regionale Franco Bonfante, nel sindaco di Este Giancarlo Piva e in quello di Belluno Jacopo Massaro i propri riferimenti. 
C’è infine un’area meno organizzata che sembra accostare Felice Casson, leader della mozione Marino, a Laura Puppato, la pasionaria di Montebelluna che si sta ritagliando un ruolo e una visibilità nazionale ma non è interessata alla segreteria regionale. 
La discussione, carsica, che sta attraversando (in verità, più gli apparati che la base, che ha il morale sotto i tacchi) il Partito Democratico riguarda il profilo che dovrà assumere dopo la non-vittoria alle elezioni e la figuraccia del Quirinale su Prodi: da una parte chi vuole un autentico partito del lavoro, dall’altra chi preferisce invece il modello di partito plurale più vicino allo spirito del Lingotto. Renziani, lettiani, popolari ed ex bindiani, naturalmente, preferiscono questa seconda ipotesi ed anche parte del gruppone bersaniano. Ma non è detto. 
La decisione incrocerà i destini del governo Letta e la scelta del prossimo candidato alle Regionali. La nomina di Zanonato a ministro ha naturalmente dato vigore a chi spinge per un modello di partito «solido». Che potrebbe trovare proprio nel neo ministro, magari tra qualche mese (dopo una proroga tecnica di Rosanna Filippin, ad esempio) il candidato alla segreteria regionale. Zanonato cerca di sottrarsi, preferendo magari il fedelissimo Piero Ruzzante. Difficile, ma non impossibile, convincere i renziani. Chi punta alla «discontinuità» con il passato è Laura Puppato: «Si è chiuso un ciclo, serve uno scatto che faccia ripartire il Pd dal territorio: il nuovo segretario regionale sia una persona nuova, pescata dai nostri bravi amministratori, che abbia nella trasparenza, nella genuinità, nella condivisione i suoi tratti caratteristici». 
Daniele Ferrazza

26.4.13

PD Veneto: Rosanna Filippin non si ricandida


In Veneto il segretario Rosanna Filippin non si ricandida alla guida dei “democrat”

Rosanna Filippin non si ricandiderà alla segreteria del Pd veneto: «Ci avviamo al congresso nel segno del rinnovamento, non so chi assumerà l’incarico di guidare il partito, lo decideremo insieme, ma certo non sarò io», fa sapere. Una scelta largamente annunciata dopo la sua elezione al Senato, impegno che si somma a quello di assessore all’urbanistica a Bassano del Grappa, la sua città. Avvocato, già animatrice dell’Azione Cattolica, figura stimata per la sua lealtà in una stagione di risse e congiure, Rosanna Filippin non ha nascosto profonda amarezza per i ripetuti agguati parlamentari culminati nelle dimissioni di Pierluigi Bersani, al quale è legata da forte consonanza politica: «Nei giorni scorsi il Pd ha mancato al suo compito, non si è assunto la responsabilità di questo Paese, ha lasciato che i propri conflitti prevalessero su ogni altra cosa e ha usato le urne per l’elezione del presidente della Repubblica per un regolamento di conti interni», la sua spietata autocritica «si è trattato di un atteggiamento vergognoso, e come segretario del Pd veneto chiedo scusa ai cittadini. Il nostro congresso era già previsto per l’autunno, mi pare evidente che avremo bisogno di anticiparlo. Ma prima c’è altro da fare: il Pd deve sostenere con convinzione lo sforzo di Enrico Letta e mettersi umilmente al servizio del Paese, e con umilmente intendo che non è nelle condizioni di pretendere alcunché». 

Filippo Tosatto 


26.6.12

Da nord, per la ricostruzione nazionale

La Nuova Venezia 26 giugno 2012


PADOVA La coincidenza spazio-temporale con il congresso del Carroccio autorizza ipotesi maliziose ma Laura Puppato taglia corto: «La Lega non è più un nostro competitor». Premessa balzandosa, quella del capogruppo regionale del Pd, alla presentazione del forum settentrionale del partito che sabato, a Milano, riunirà le assemblee di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria. Lo slogan («Da nord per la ricostruzione nazionale») echeggia un po’ la formula dell’«usato sicuro» di Pierluigi Bersani, chiamato a concludere i lavori: federalismo ma senza strappi, autonomia del territorio ma nella cornice tricolore.

 «Quest’idea è nata ben prima degli scandali che hanno colpito Lega e Pdl», fa sapere il segretario veneto Rosanna Filippin «perché una questione settentrionale esiste, anzi, è più attuale che mai e non vogliamo che lo tsunami amministrativo travolga la riforma federalista di cui c’è bisogno per far ripartire il Paese. Il Nord esprime il 30% della popolazione italiana e il 50% del Pil, perciò il progetto di cambiamento deve decollare da qui». 

Nel forum si lavorerà per temi al Veneto è affidato il coordinamento del gruppo dedicato a fisco e autonomie locali. «C'è un'iniquità fiscale da correggere», riprende Puppato «e riguarda la ripartizione del carico tra i territori e tra rendita e lavoro. La nostra indicazione è per un'Imu e la tassa di Registro restino al 100% ai Comuni, primo passo per una vera autonomia fiscale degli enti locali. E per un Patto di Stabilità che liberi risorse per gli enti locali: la rigidità degli attuali vincoli di spesa non è stata dettata dall’Unione europea, è opera del Governo Berlusconi». 

Il sospetto: cavalcare le pulsioni nordiste senza scontentare il centralismo romano, istituzionale e di partito, non equivale a sparare a salve? «Le gestioni centraliste non saranno più ammesse, neppure dentro il Pd», è la replica di Filippin «lanciare i progetti di governo a partire dai territori è anche un modo concreto di innovare le modalità del fare politica. Un cambiamento che deve riguardare anche i meccanismi di scelta dei futuri candidati al Parlamento». 

Bersani è d’accordo? «Certamente». Eppure il segretario aveva storto il naso all’idea di un Pd veneto federato alla direzione romana... «Non è importante l’etichetta ma la sostanza», ribatte Puppato «noi non vogliamo frazionare il partito ma crediamo che il Nord sia portatore di esigenze e visioni utili all’intero Paese a cominciare dalla volontà di riformare lo Stato: l’amministrazione pubblica italiana è la più lontana d’Europa dai cittadini». 

Fin qui le primedonne del partito democratico, che accantona le divergenze congelando i potenziali motivi di contrasto. Un esempio? La nomina del vicesegretario regionale, vacante dopo l’addio di Andrea Causin, approdato a Italia Futura. Un sondaggio interno ha rivelato un netto disaccordo sul nome del successore: la casella resterà vuota. (f.tos.)

28.3.12

PD Veneto: il punto della situazione alla vigilia delle elezioni amministrative

PD VENETO 05/03/2012 - Direzione Regionale - Relazione di Rosanna Filippin

Questa direzione regionale si ritrova in un momento delicato per la vita politica nazionale e decisivo per quella regionale.
Nelle ultime settimane il nostro partito è stato protagonista di un’iniziativa di comunicazione, portata in tutte le province del Veneto. “L’Italia è cambiata, cambiamo il Veneto”: è questo il messaggio che abbiamo portato ai cittadini della regione.
Ed è da questo messaggio che voglio ripartire oggi.
Abbiamo sottolineato un dato di fatto, cioè che in Italia niente è né sarà più politicamente come prima.
E abbiamo indicato un obiettivo: mettere in campo in Veneto un’alternativa credibile all’offerta politica del centrodestra.
Il governo Monti sta segnando un punto di svolta nella politica italiana e non solo perché ha coinciso con un passo indietro di Berlusconi dalla scena politica:
- A livello europeo l’Italia è ritornata un attore credibile, dopo anni di discredito in cui abbiamo subito passivamente le scelte altrui.
- Sul fronte dei conti pubblici sono state adottate le misure necessarie per superare l’emergenza, dopo un anno in cui il deficit di credibilità ha vanificato ogni volta gli sforzi sostenuti dagli italiani con 5 diverse manovre economiche.
- Guardiamo alla discesa dello spread : i livelli attuali - al di là della competizione con la Spagna - (310 contro i 312 di Madrid) valgono rispetto ai 575 punti di Berlusconi una manovra da 55 miliardi.
- Sul fronte delle riforme si sono aperti dei cantieri: fisco, liberalizzazioni, lavoro. Temi fondamentali su cui il centrodestra aveva congelato ogni iniziativa.
- Le nuove condizioni del quadro politico, assieme alla precedente mobilitazione del popolo referendario, hanno costretto il parlamento a riaprire la discussione sulla legge elettorale.
Dicevo prima che in Italia niente è né sarà più politicamente come prima.
Una parola sulle primarie di Palermo. L’errore più grave che il PD può fare è pensare che, finita la parentesi del governo tecnico – il quadro politico tornerà ad essere quello dell’ottobre 2011.
Certo, il governo Monti non è il governo del Pd.
Noi lo sosteniamo con forza, con lealtà e con convinzione. Ma lo sosteniamo senza rinunciare alle nostre idee. E i dati ci dicono che i nostri elettori comprendono e sostengono questa scelta. Il governo Monti ha proprio nell’elettorato del Pd il sostegno più convinto.
Il minor consenso del Governo Monti tra gli elettori di Lega e Pdl spiega il fatto che, nel Nordest, il tasso di gradimento sia più basso che in altre aree del paese, eppure è significativo il fatto che la fiducia verso questo Governo, in tempi in cui la fiducia verso i partiti è molto bassa, per non dire ai minimi storici, sia forte anche tra gli elettori della Lega e del Pdl.
I dati parlano chiaro. Secondo l’indagine di Demos pubblicata dal Gazzettino alcuni giorni fa, il 55% dei cittadini del Nordest promuove l’operato del Governo Monti. Nel settembre 2011 il Governo Berlusconi godeva dell’approvazione del 22% del campione.
Mentre il Partito Democratico ha scelto di sostenere con coerenza il Governo Monti, la Lega ha puntato sul proprio orticello di partito. La sua scelta è apprezzata solo dal 28% dei cittadini del Nordest. Ecco perché, senza rinunciare alle nostre idee, credo sia stato giusto valorizzare il sostegno che il nostro partito offre al Governo, perché è questa scelta di responsabilità e lungimiranza che ci permette di costruire un profilo di maggiore credibilità anche in questo territorio, storicamente difficile per noi.
Il ruolo del PD
Al Veneto dobbiamo dire alcune parole chiare. La nostra regione si salva se si salva l’Italia, all’interno di un’Europa che risolve la propria crisi e trova strumenti per il proprio rilancio. La chiusura nel fortino locale che la Lega propone per pura propaganda non solo non è una soluzione, ma sarebbe una scelta dannosa.
Dopo anni di velenosa retorica anti-europea, oggi ci rendiamo conto di quanta Europa abbia bisogno la nostra economia locale:
- Ci serve una maggiore integrazione con il resto d’Europa, perché la sfida non è più con il nostro vicino Est, ma con colossi economici, demografici e politici che incidono sugli equilibri mondiali. India, Cina, Brasile.
- Il Nordest e il Veneto, se vogliono trovare un modello di sviluppo sostenibile e durevole, devono essere più integrati al loro interno e con il resto d’Europa.
Serve una politica di integrazione e aggregazione delle nostre risorse:
- Il sistema delle infrastrutture e della logistica.
- Una scelta di sistema a favore dello sviluppo innovativo e sostenibile
- Il sistema delle multiutility, che altrimenti rischia di diventare preda.
- La rete delle università..
Serve una leadership politica capace di visione.
La Lega sogna per ragioni di partito un Veneto all’opposizione dell’unico serio tentativo di riforma nato in Italia negli ultimi dieci anni.
I dati ci dicono che i Veneti non sono all’opposizione del Governo Monti.
Perché ne apprezzano la competenza, la serietà, il decisionismo.
Anche se non condividono del tutto le sue politiche.
Ecco perché noi dobbiamo perseverare nello sforzo che abbiamo fatto sin qui.
Anche per cogliere opportunità politiche che sul terreno regionale si stanno evidenziando sempre di più.
Il primo dato è che le divisioni nel centrodestra stanno diventando qualcosa di più della fisiologica competizione interna ad un’alleanza.
Il quadro nazionale alla fine sta diventando determinante:
- Lo è stato per la rottura degli accordi sulle amministrative (da Verona in giù)
- Lo è per l’intensificarsi delle spaccature in Consiglio regionale
La scadenza elettorale delle politiche è destinata ad accentuare queste tensioni, che resteranno sempre meno latenti, anche se il patto di potere che lega Pdl e Lega in Regione è ovviamente un fattore potente di coesione.
L’inconcludenza di Zaia, però, ci offre l’opportunità di indicare agli elettori e alle classi dirigenti del Veneto un’alternativa, una visione diversa per il futuro di questo territorio.
- Noi siamo per un Veneto alleato delle riforme introdotte dal governo Monti, non in guerra con l’esecutivo.
- Siamo per un Veneto che lavora di più per restare collegato all’Europa, dotandosi di una visione della mobilità che non si limiti solo alle nuove reti stradali.
- Qualche battuta sulla TAV : se stiamo in Europa dobbiamo starci sul serio. Da sempre sosteniamo che la sfida del futuro è lo spostamento del traffico ( di persone e cose) dalla gomma al ferro. Sosteniamo il potenziamento della ferrovia e della SFMR. E allora ?
- Siamo per un Veneto che riflette a fondo sul destino, sui costi e sull’efficacia delle proprie società partecipate.
Le opportunità di incalzare il Governo regionale chiamano tutto il nostro partito ad una seria responsabilizzazione.
1) In primo luogo penso al tema della nostra credibilità sul fronte della questione morale.
Penso ad alcune vicende che hanno toccato o sfiorato il partito. Vicende nazionali, come il caso Lusi, ma anche vicende locali.
Il primo passo è un’ancora maggiore trasparenza sul fronte dei bilanci del partito, a tutti i livelli.
Questo significa, cogliendo lo spunto da analoga decisione della Direzione di Venezia dare il via all’anagrafe patrimoniale di eletti e nominati.
Il secondo passo è procedere ad una verifica ufficiale e sistematica, per individuare tutti i casi di cumulo tra incarichi politici e non, per evitare sul nascere ogni possibile distorsione nel rapporto tra il ruolo politico nel partito e il ruolo che esponenti del Pd possono essere chiamati a svolgere in enti, consigli di amministrazione, fondazioni, eccetera.
Ci separa un anno dalle prossime elezioni politiche. E dobbiamo mostrare ai nostri elettori che il Partito Democratico non ha scheletri nell’armadio. A nessun livello.
2) In secondo luogo penso ai territori locali. E ai comuni dove siamo impegnati in vista delle prossime amministrative.
Per la prima volta da anni, in Veneto, i candidati del centrodestra non potranno più contare sul traino di una coalizione politica compatta alle loro spalle.
Nelle prossime sfide, si giocherà una sfida tripolare per giunta con il beneficio del doppio turno, in tutti i centri dove questo è previsto.
Sarà esaltata la capacità dei candidati.
Ecco perché era decisivo, più del solito, avviare nei tempi e nelle forme giusti i processi di costruzione della coalizione e di selezione dei candidati sindaci.
Ci sono realtà locali in cui questo processo è stato ben gestito, ce ne sono altre in cui ci è sfuggito di mano fino a produrre situazioni di doppia candidatura nel campo del centrosinistra.
Dobbiamo imparare ad usare senza farci male gli strumenti che abbiamo e che ci distinguono da tutti gli altri partiti.
E penso ovviamente alle primarie.
Su cui io credo occorra una riflessione. Quando uno strumento che è stato la nostra principale arma di distinzione dal modello berlusconiano di leaderismo diventa un’arma nei regolamenti di conti interni o di coalizione, bisogna riflettere se il problema sia nello strumento o nei rapporti politici che siamo in grado di costruire.
3) Il terzo aspetto riguarda il livello regionale della nostra battaglia politica.
Il Veneto è uno dei due principali teatri di scontro con la Lega e lo è per la visibilità e per il presenzialismo di Zaia.
Per il ruolo che ha oggi la Lega nello scenario nazionale, la nostra battaglia regionale ha una rilevanza non solo Veneta.
Abbiamo quindi una doppia responsabilità. E però anche su questo fronte dobbiamo riflettere.
Siamo alla vigilia della discussione sul bilancio regionale.
Un anno fa, a quest’epoca, sui “tagli di bassa lega” decisi da Zaia il Partito Democratico aveva promosso una manifestazione regionale e iniziative nei territori. Ricordo il comizio in piazza a Padova, manifesti e volantini, iniziative sotto il comune cappello.
Nel corso di quest’anno è stato invece molto difficile coordinare le azioni.
Malgrado ricorrenti occasioni di confronto sulle strategie da adottare e le azioni da intraprendere, l’impressione è stata che il coordinamento dell’iniziativa politica e di comunicazione sia visto quasi con diffidenza e questo è un dato politico non accettabile.
Dobbiamo superare le diffidenze, se ci sono, una volta per tutte.
Arrivare ad una comunicazione congiunta come quella realizzata nel mese di febbraio è stato faticosissimo.
Invece la situazione politica che viviamo richiede azioni incisive e tempi rapidi di movimento.
Il nostro avversario è la Lega, il Gruppo consiliare è nella trincea più avanzata dello scontro. Indichi un obiettivo, i temi su cui condurre la mobilitazione. E il Partito si metterà a disposizione, in tutti i territori, per organizzare e promuovere le iniziative necessarie.
Ma non perdiamo altro tempo.
Il Veneto non è la periferia della battaglia politica del Pd.
È e deve essere una sua linea avanzata. E non è un caso che Bersani abbia scelto il Veneto e Vicenza per parlare di impresa e credito. L’appuntamento è per il 2 aprile, nell’ambito delle iniziative del progetto Destinazione Italia.
Il Veneto è uno dei territori decisivi per rimettere in moto l’economia del paese. Ma è anche uno dei terreni in cui si gioca la sfida per battere il centrodestra nel 2013.
Abbiamo grandi opportunità da cogliere. Trasformarle in passi avanti per il nostro progetto dipende da noi.

1.11.11

Nel PD Veneto c'è spazio per tutti: anche per gli ex-rottamatori di Matteo Renzi

La Nuova Venezia 1 novembre 2011
Nel Pd veneto i piccoli Renzi crescono


VENEZIA Quatti quatti, i fan di Matteo Renzi crescono anche nel Pd veneto, feudo di Rosy Bindi e dei bersaniani. Con un mantra sussurrato e pervasivo: basta con i dinosauri buoni per tutte le stagioni, una politica nuova richiede protagonisti inediti, non logorati da decenni di manovre di Palazzo.
Dei 100 punti per l’Italia emersi dalla due giorni alla Leopolda di Firenze (cui ha partecipato con un gruppetto di militanti) Antonio Bressa - della direzione nazionale dei giovani democratici- si dichiara «entusiasta» e riassume così la querelle: «Non si può ridurre tutto a un contrasto generazionale, nel Pd convivono due visioni dell’economia alternative: Bersani continua a sostenere il modello socialdemocratico dello scorso secolo, altri nel partito e nel mondo accademico chiedono invece una svolta moderna e riformatrice che rimetta in discussione il sistema Italia nel suo complesso. Spiace che il segretario si limiti a bollare queste proposte come appartenenti alla cultura di destra o addirittura le paragoni al reaganismo degli anni ’80. Sarebbe un grave errore liquidare così lo sforzo di tanti volontari e l’elaborazione di molti pensatori autorevoli».
Prudente, ma possibilista, anche il leader dei giovani democratici di Padova Paolo Tognon: «Tra noi c’è grande attenzione verso i linguaggi di Renzi, mi piace il suo approccio però aspetto di vedere se il suo progetto è in grado di aggregare o soltanto di dividere».
Risalendo nella gerarchia “democrat”, a promuovere il sindaco-rottamatore si leva la voce di Paolo Giacon, dell’esecutivo regionale del partito: «A volte dovrebbe essere più diplomatico, ma di sicuro ha stoffa, competenza e soprattutto tanta grinta. Qualcuno pensa che in fondo sia un gran rompiscatole e insieme a lui tutta la nostra generazione, quella dei trentenni, che attualmente è in gran fermento. Ma è solo con i personaggi scomodi che si ottiene il cambiamento, si abbandona il passato e si costruisce il nuovo. L’innovazione è sempre traumatica, dirompente e distruttiva». Secondo Giacon, da Firenze giunge «Un contributo programmatico coraggioso ed innovatore per riformare l’Italia e vincere le prossime elezioni politiche e il merito non è solo di Matteo Renzi, ma delle centinaia di “pionieri”che hanno lavorato ad un vero programma di governo capace di rivoluzionare democraticamente il nostro Paese».

Sul fronte opposto, le ragioni dell’ortodossia democratica nelle parole di Rosanna Filippin: «Non sono andata a Firenze però sono interessata a comprendere la visione e le proposte di questa parte del Pd», commenta il segretario regionale «io credo che il rinnovamento non sia un fatto anagrafico e se qualcuno mi chiama dinosauro (ride ndr) mi offendo. Cosa mi trattiene dall’applaudire Renzi? Un retropensiero, il timore che dietro il suo attivismo ci sia l’obiettivo di consolidare una carriera personale. Ma i giovani non stanno solo con lui, nel nostro partito, grazie a Dio, la discussione è vivace e libera. Ci serve il contributo di tutti, purché la prospettiva di quella di lavorare insieme, non di rafforzare la propria corrente attaccando gli altri». Sarà l’effetto-Crozza ma Bersani candidato premier suscita più battute che consensi... «Non sono d’accordo, per me ha personalità e statura adeguate ad assumere la guida del Paese». Vabbé, bersaniana fino alla punta dei riccioli... «Sì, e anche fedele».

All’ex stazione Leopolda è intervenuta l’imprenditrice di Conegliano Katia Da Ros («Mi piacerebbe che il nostro diventasse il Paese delle opportunità. Spesso dobbiamo combattere contro burocrazia farraginosa e giustizia lenta, oneri e balzelli») mentre un’altra trevigiana, Laura Puppato di Montebelluna, capogruppo in consiglio regionale, presente nel 2010, stavolta ha dato forfait: «Non c’ero ma ho letto con attenzione le conclusioni, la richiesta di rinnovamento e di partecipazione è sacrosanta, vorrei diventasse patrimonio di tutto il partito».

Last, but non last, un padre nobile dei democratici, Paolo Giaretta: «Le reazioni stizzite dei dirigenti sono un po’ paradossali», dichiara il senatore padovano, esponente dell’area popolare «sono sul campo 100 proposte, parecchie tra l’altro presentate sotto forme di emendamenti alle manovre economiche da molti nostri parlamentari. Il Pd si confronti con queste idee, le esamini nel merito invece di procedere con fastidio burocratico a condanne preventive». E conclude: «Renzi, per fortuna, rappresenta aspirazione largamente presenti nel nostro elettorato, condividise da molti che hanno visto nella nascita del Pd l’occasione di girare pagine rispetto a ricette e riti consunti e non vorrebbero vederci rientrare rapidamente nell’alveo di una sinistra sconfitta dalla storia. Un Pd senza Renzi è un Pd impoverito».

6.10.11

Secessionismo leghista: una bufala da smascherare, combattendo con la forza delle idee

La Nuova Venezia 6 ottobre 2011
Pd: “fuoco amico” sulla Puppato Lei: io vado avanti senza padrini

VENEZIA. Alta tensione tra i consiglieri regionali del Pd e “fuoco amico” su Laura Puppato. Mai troppo gradita all’apparato del partito, ora la capogruppo è oggetto di critiche pesanti e tra i suoi avversari c’è chi coglie l’occasione per rimetterne in discussione la leadership. Casus belli, il suo commento sull’altolà del presidente della Repubblica al secessionismo leghista: un’ampia condivisione, accompagnata dalla perplessità sul richiamo alla «repressione militare» dell’indipendentismo contenuto nelle parole di Giorgio Napolitano, giudicato eccessivo a fronte della «pochezza» del separatismo padano.
Tanto è bastato a scatenare il fuoco di fila; le polveri le ha accese il segretario regionale Rosanna Filippin; a rincarare la dose hanno provveduto i consiglieri Piero Ruzzante e Mauro Bortoli, nonché il dirigente nazionale Andrea Martella. Leit motiv: il Presidente ha «perfettamente ragione», il secessionismo va combattuto «senza ambiguità», il popolo padano «non esiste»; insomma, il verbo del Quirinale non si discute e guai a chi osa formulare obiezioni.
Tanta enfasi, a prima vista eccessiva, riflette nella realtà l’insofferenza che l’ala pidiessina del Pd malcela verso una leader che non proviene dai circuiti del partito ma dal movimento ambientalista. Che ha esordito in politica sbancando la roccaforte leghista di Montebelluna ed è entrata in consiglio regionale con un record di preferenze trasversali. Cooptata nella direzione nazionale democratica, è diventata presidente del Forum dell’Ambiente per volontà del segretario Bersani ma la circostanza non la preserva dalla fronda. «Personalismo», «mancanza di collegialità», «incapacità di coagulare le forze d’opposizione», le imputazioni ricorrenti.
Lei, Laura Puppato, non si scompone: «Un attacco strumentale ma sono serena, come sempre. Chi esterna dovrebbe leggere i contenuti e non solo i titoli. Forse l’avvicinarsi delle scadenze elettorali sta innervosendo qualcuno. L’apparato non mi ama? Pazienza. Io non ho padrini e a differenza di altri preferisco confrontarmi con la società civile».
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L’ira del Pd, Puppato sotto assedio
La Nuova Venezia 05 ottobre 2011

VENEZIA. Laura imputata di «reato politico connesso»: siamo a questo punto nel Pd. Laura Puppato, capogruppo in Regione, condanna l’appello alla secessione di Bossi e si permette di definire «eccessivo» il richiamo alla repressione militare di Napolitano? Mal gliene incoglie: scatta come una molla l’istinto riflesso degli ex Ds, che la mettono sotto processo. Il veneziano Andrea Martella si dichiara «stupefatto dalle parole della capogruppo». Mauro Bortoli, consigliere padovano, «sta con il presidente Napolitano».
Come se un distinguo potesse sconfinare in un oltraggio. Sulla stessa linea Rosanna Filippin, segretaria regionale del partito: «Tra le sciocchezze della Lega sulla secessione e il richiamo di Napolitano alla coesione nazionale, non c’è e non ci può essere alcuna ambiguità. Il Pd sta con il Presidente Napolitano».
Per la verità, Laura Puppato centrava l’«eccesso» sulla parola «militare», riferita peraltro da Giorgio Napolitano ad altra epoca storica, i moti indipendentisti siciliani dei tempi di Andrea Finocchiaro Aprile, fine seconda guerra mondiale. E’ passato un po’ di tempo, le condizioni sono mutate. Peraltro la secessione di Bossi sembra l’araba fenice, che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Ma tant’è: «Questo non è il momento per fare polemiche, ma sono rimasto stupefatto nel leggere le parole di Laura Puppato che non si è schierata in maniera netta dalla parte del capo dello Stato», scandisce Martella, secondo il quale la capogruppo del Pd «minimizza la pericolosità della deriva leghista».
«Ha ragione Puppato a sottolineare che l’Italia è ricca di diversità - dice Rosanna Filippin - ma il punto politico è che la Lega ha fallito proprio sulla promessa del federalismo e oggi invoca la secessione per coprire il disastro di un’azione di governo che non ha né aumentato l’autonomia dei territori, né ridotto la pressione fiscale».
«Io ho fatto presente che non è il caso di dar valore e forza, offrendole un palcoscenico, ad una secessione che nei fatti non c’è e non ha radicamento - si difende invece Laura Puppato -. Considerare la secessione un rischio tale da valutare anche l’ipotesi militare, potrebbe accrescerne il senso valoriale e consensuale». (r.m.)

Pd sferzante: Lega vecchio cane che non morde
La Nuova Venezia 2 ottobre 2011

VENEZIA. La secessione? «E’ il rifugio propagandistico di chi ha fallito e non sa come mascherare il tradimento delle sue promesse. La Lega? «Un cane invecchiato che abbaia ma non morde. Non ha portato a casa nessuna delle condizioni poste a Pontida e si ritrova a salvare un ministro indagato per mafia: bell’epilogo dopo vent’anni passati a gridare contro Roma ladrona». Rosanna Filippin, segretario del Pd Veneto, non usa mezzi termini nel commentare le reazioni leghiste alle parole del Presidente: «Ha ragione Napolitano, l’Italia cresce solo se cresce tutta assieme. Anzi, io dico che l’unica uscita dalla crisi può essere europea. Se di fronte alla crisi gli Stati nazionali sono impotenti, figurarsi improbabili entità come la Padania sognata da Bossi». «La verità è che la Lega non sa come nascondere il fallimento del federalismo. I territori subiscono tagli su tagli, la pressione fiscale è la più alta in Europa. Il centrodestra ha soffocato imprese e lavoro. Il Paese vuole voltare pagina e lo dimostrano anche il milione e duecentomila firme raggiunte contro il Porcellum by Calderoli».
Conclusione: «Il sentimento nazionale non è una retorica: l’unione di tutte le forze sane del Paese è la premessa per la ricostruzione di un paese distrutto dal berlusconismo. E la Lega sa che il secessionismo non è profeta nemmeno a casa propria: in Veneto il senso nazionale è più forte del sentimento secessionista, anche tra chi ha votato centrodestra».
(...)

30.6.11

PD Veneto: "La situazione politica nazionale e regionale dopo il voto amministrativo e i referendum"


Rosanna Filippin
Partito Democratico Veneto
Padova, Direzione regionale 20 giugno 2011

La vittoria c’è stata ed è fuori discussione.
Andavano al voto 133 comuni capoluogo o superiori a 15.000 abitanti. Il centrosinistra ne guidava 73, quando si era nel 2006, ovvero un’era politica fa. Oggi ne guida 83.
Il centrodestra aveva 55 comuni, oggi ne ha 38. Poi ve ne sono altri 17 più “variegati”, ma in una buona parte di essi è presente il centrosinistra.
Nei ballottaggi: su 85 comuni 59 sono andati al centrosinistra, 8 alle civiche, 18 al centrodestra. Su 6 province: 4 a 2 per il centrosinistra.

Ancora più significativi sono i risultati dei comuni del Nord. Qui il centrosinistra passa da 17 comuni a 29 e il centrodestra da 27 a 8, perdendone 17 a vantaggio del centrosinistra e conservandone solo 4 degli uscenti.

Le indagini dell’Istituto Cattaneo sui 13 capoluoghi certificano alcune tendenze, rispetto al voto delle ultime regionali:
- Pdl: calo del 22%
- Lega: calo del 16%
- Pd: + 7%
Sempre nei 40 comuni maggiori del Nord il PD è il primo partito con il 27% dei consensi lasciando il PdL al 22,5 e la Lega al 10,9.

Le conseguenze
Un voto di natura amministrativa, che comunque riguardava circa un quarto dell’elettorato nazionale, ha assunto tre connotati: voto di valore politico, voto di svolta psicologica e voto spartiacque.
Voto di valore politico.
La politicizzazione del voto è stata una scelta dello stesso Berlusconi, che gli si è ritorta contro come un boomerang. Questo voto è un colpo alla forza politica del premier e della sua maggioranza. Il più pesante dal 2008. Perde la scelta della chiamata al referendum pro o contro se stesso, perde la scelta di demonizzare i magistrati e di agitare lo spauracchio dell’estremismo dei candidati.
Vince un centrosinistra capace di attivare meccanismi aperti di partecipazione (le primarie), di schierare nomi credibili per il governo delle città. Vince un Pd che è perno dell'alternativa, anche là dove non vince le primarie (a Milano siamo alla pari col Pdl nel voto di lista), oltre che nella stragrande maggioranza delle città, dove ha invece espresso i candidati vincenti.
Voto di svolta psicologica.
Su Repubblica Ilvo Diamanti aveva scritto che col voto delle amministrative cadono due costanti di questi anni: a sinistra la psicologia della sconfitta e a destra il mito dell’invincibilità di Berlusconi.
La sconfitta di Berlusconi è stata pesantissima davvero, perché è avvenuta su un terreno che finora gli era stato favorevole: quello di mettersi in sintonia con il paese Italia, quello di saper interpretare i sentimenti profondi di un popolo. Questa volta no.
Berlusconi è rimasto prigioniero di un mondo tutto suo, fatto a sua immagine e somiglianza, convinto che gli italiani avessero in testa le sue priorità. Non ha capito che le condizioni materiali di milioni di italiani erano molto peggiorate. Non ha capito che gli italiani erano alla ricerca di serietà, serenità, ed impegno di tutti di fronte ad un presente faticoso ed un incerto futuro. Ha proposto ancora una volta la rissa permanente ma stavolta gli italiani hanno detto basta.
Così come pesante è stata la sconfitta della Lega, all’opposizione di Roma sul territorio, e invece ben dentro le poltrone romane a Roma. Ma quando si è al governo nelle tre grandi regioni del nord o in moltissimi comuni giocare all’opposizione contro Roma è un gioco che dura poco: chi vota vuole risposte e la Lega non ha saputo darle. Né quelle serie come il federalismo, ne quelle che si aspettavano tanti elettori di cui ha coltivato paure, xenofobie, chiusure (il mantra del popolo di Pontida : secessione, secessione, secessione …).
Voto spartiacque.
Perché per la prima volta da anni il Nord è tornato terreno elettoralmente contendibile e perché per la prima volta è concretamente sul campo la questione della successione al premier (ormai la Lega lo ha esplicitato per il 2013 o, in caso di crisi, addirittura in tempi anticipati). E Bossi a Pontida, anche se con riferimenti storici confusi, ha evocato la stessa fine del ciclo politico berlusconiano.
Ed il Pd è diventato nei sondaggi il primo partito italiano.


Nel centrodestra la crisi ha aperto una tensione vera.
Due sono gli sviluppi possibili di questa situazione.
La prima è che la sconfitta e la voglia di evitare elezioni anticipate spinga Lega e Pdl a rinsaldare il rapporto, premendo su Tremonti per ottenere concessioni sul fronte della riforma fiscale.
La seconda è che invece la Lega sia tentata a breve dallo sgambetto o dal distacco.
È chiaro che sinora ha prevalso la prima tendenza. A Pontida la Lega ha messo in scena un “penultimatum” in perfetto stile padano:
Richieste simboliche sui Ministeri : la giusta pena per il partito anti burocrazia romana mendicare qualche ufficio dove piazzare il potente di turno ed i suoi accoliti.
Propaganda sulla guerra in Libia (che unifica in un unico obiettivo la retorica sulle tasse e quella contro gli immigrati)
Le due novità politiche emerse sono la crescente ostilità verso Tremonti e l'avviso di divorzio a Berlusconi. Sono novità che come Pd dobbiamo sfruttare per accelerare la crisi di questa maggioranza.
La discussione sulla riforma fiscale è un rilancio propagandistico: il governo non ha le risorse per finanziarla, non ha la volontà politica per reperirle da un diverso equilibrio tra rendite e lavoro, non ha infine la forza politica per forzare il vincolo europeo e dei mercati internazionali sulla tenuta dei conti, che imporrà da qui a settembre una correzione da 40 miliardi di euro.
Il contenuto più concreto di questa discussione è rappresentato dal risentimento e dal disincanto che il Nord produttivo sta accumulando verso le promesse mancate del centrodestra. E qui c'è lo spazio e il dovere di un'azione politica da parte nostra.
In Veneto si moltiplicano i segni della “disillusione dei produttori”, ma noi non riusciamo ancora a tornare alternativa credibile per questi ceti. Basta considerare alcuni esempi, che sono particolari ma hanno anche un significato generale:
La marcia degli industriali a Treviso: sul tema del fisco e dello sviluppo, il mondo dell'impresa dimostra un'insofferenza crescente. Dobbiamo anche dire che qui, nel Veneto, il problema delle imprese non è ridisegnare diritti e regole a propria misura, com'è sembrata voler fare, anche nei confronti della stessa Confindustria, la Fiat. Qui da noi prevale ancora l'alleanza tra impresa, lavoro e territorio, eppure di fronte alle difficoltà (che in prospettiva rischiano di sfociare nella parziale deindustrializzazione del territorio). Eppure, di fronte ad un governo che non mantiene gli impegni, che aumenta la pressione fiscale, che non semplifica le regole, che non scioglie nodi prioritari per il Nordest, la prima tentazione delle imprese è l'auto-organizzazione della rappresentanza. È il sintomo che l'alternativa politica al centrodestra non appare ancora convincente. È il sintomo del lavoro che abbiamo ancora da compiere. E che possiamo compiere, a partire innanzi tutto dalle nostre proposte su fisco, semplificazione normativa e sostegno all'innovazione.
L'iniziativa “La Tav ce la facciamo noi” (promossa da Ance e Confindustria venete): di nuovo un segnale di auto-organizzazione da parte delle categorie e del sistema territoriale, di fronte ad un governo che ha penalizzato le infrastrutture di questa parte del paese, costringendo i veneti ad onerosi project financing. Su questo dobbiamo essere a fianco del territorio, contro la ritirata dalla responsabilità politica e finanziaria di Governo e Regione. E per dire che Tav e sistema metropolitano di superficie devono essere due facce della stessa medaglia: una mobilità efficiente a servizio del territorio non limitata al solo traffico su gomma.

Alcune chiavi di lettura del voto, in particolare quelle sul voto al Nord e a Milano, danno spunti interessanti per un ragionamento politico anche in Veneto.
Secondo Dario Di Vico, i dati di Swg, che rilevano il primato di Pisapia tra l’elettorato giovane e nel lavoro autonomo, indicano due cose:
La prima è che il popolo delle partite iva oggi esprime una sensazione sociale di “precarizzazione”, alla pari di altri segmenti non protetti.
La seconda è che questa percezione sociale si trasforma in una domanda politica diversa da quella che si rivolgeva alle classiche promesse di deregulation, liberalizzazione e alleggerimento fiscale fatte dal centrodestra.
Lo spunto politico, anche per un Veneto dove segmenti tradizionali dell’insediamento elettorale del centrodestra sono in sofferenza è che il Pd:
Da un lato può rivolgersi alla delusione dei ceti produttivi per le promesse mancate dei 17 anni di berlusconismo (su fisco, semplificazione e infrastrutture).
Dall’altro può proporsi senza complessi ad un mondo di partite iva le cui priorità sociali e politiche si stanno ridefinendo. Il rischio, altrimenti, è che la rassicurazione sia la Lega ad offrirla, in una chiave però retrograda e rancorosa.
In sintesi. La partita per il superamento del berlusconismo si è davvero aperta. Il Pd ha idee e numeri per giocarla da protagonista. Per vincerla, in Italia e sopratutto in Veneto, dobbiamo investire politicamente sul recupero di quei punti deboli che ancora abbiamo tanto quanto sulle opportunità di iniziativa che la crisi del centrodestra ci apre.

I referendum
In un quadro nazionale segnato dal netto successo di partecipazione al voto, il Veneto ha confermato e rafforzato questo trend.
La partecipazione ai referendum evidenzia due fattori, che al Nord e in Veneto sono amplificati:
Il primo è la voglia di partecipazione.
Un risultato che non è frutto dell'azione organizzata di questo o quel partito anche se i partiti, Pd incluso, hanno sostenuto a fondo la mobilitazione : in questa occasione devo ringraziare lo straordinario impegno di tutti i circoli del Partito Democratico del Veneto, degli iscritti e dei simpatizzanti che hanno organizzato centinaia di iniziative, affisso ovunque migliaia di manifesti e distribuito quasi un milione di volantini con i 4 SI ai referendum.
C’è stato indiscutibilmente un risveglio di interesse perché i referendum rimettevano i contenuti al centro delle scelte. Gli italiani non hanno voluto delegare ad una classe politica, rivelatasi inadeguata, il proprio destino su questioni fondamentali come l’acqua, l’energia, la giustizia. Hanno ribadito la necessità di tutelare l’ambiente di vita. La qualità dell’aria, dell’acqua, la qualità di ciò che mangiamo….La risposta migliore ad una stagione berlusconiana fatta di disprezzo della politica, di populismo, di eccitazione all’odio verso le idee diverse dalle proprie.
Come ha osservato Romano Prodi, il triplo turno delle elezioni amministrative e dei referendum dimostra che nel paese c’è voglia di buona politica che tende ad organizzarsi anche al di fuori dei meccanismi tradizionali della politica. Per noi la lezione è che il Pd vince quando è capace di mettersi in sintonia con questo spirito di cambiamento, offrendo la sponda di una proposta credibile di alternativa.
L’ondata di partecipazione popolare dimostra che c’è una voglia dell’opinione pubblica di riappropriarsi del proprio destino, di ritrovare il senso di una politica del bene comune : è la richiesta pressante di una politica mite, responsabile, seria. Quella di cui il paese ha bisogno.
C’è poi la riscoperta del ruolo del pubblico. Per una larghissima maggioranza degli italiani la cura e la tutela dei grandi beni comuni (siano essi quelli ambientali o quelli dei servizi essenziali alla vita come la sanità e l’istruzione) restano un grande valore collettivo in cui occorre che agisca la competenza e la garanzia della buona amministrazione pubblica, richiamata a nuove responsabilità.

Il secondo dato è che i referendum, con un'affluenza forte anche al Nord e tra gli elettorati di Lega e Pdl (che sono andati a votare a seconda delle stime in percentuali comprese tra il 40 e il 50%), non hanno seguito le indicazioni esplicite di Berlusconi e Bossi.
Come sostiene Diamanti , se le amministrative hanno rivelato la fine del mito psicologico di un centrosinistra condannato alla sconfitta e di un Berlusconi invincibile, i referendum hanno sancito la perdita di sintonia tra i due leader del forza-leghismo e l'elettorato della cosiddetta Padania.
È inevitabile che questo secondo elemento inneschi conseguenze politiche, a partire dall'aggravarsi delle tensioni interne alla maggioranza e dal palesarsi di una dialettica interna alla stessa Lega (vedi la scelta di Zaia di disobbedire platealmente alla linea di Bossi sul non voto).


A livello veneto:
Nei comuni oltre i 15 mila abitanti, il rapporto è di 3 a 3, con uno alle civiche. Perdiamo Rovigo (dopo una clamorosa rimonta) e Montebelluna, conquistiamo Chioggia e Cavarzere, mancando per un soffio la sfida ad Abano Terme.
Nel complesso, considerando i comuni già assegnati al primo turno, il Pd:
- Vince nella provincia di Padova in 8 comuni su 12.
- Vince nella provincia di Venezia in 6 comuni su 9.
- Contribuisce alla vittoria in provincia di Vicenza in 7 comuni su 11.
- Contribuisce alla vittoria in provincia di Verona in 5 comuni su 20.
- Vince nella provincia di Rovigo in 4 comuni su 8.
- Nella provincia di Treviso siamo sconfitti a Montebelluna e non protagonisti ad Oderzo, ma nel voto di lista alle provinciali osserviamo che il Pd supera il dato cumulato di Lega e razza Piave in comuni come Vittorio Veneto, e porta la coalizione nella città capoluogo quasi alla pari con il candidato del centrodestra.
Secondo le sintesi del politologo Paolo Feltrin, nei comuni veneti con più di 15 mila abitanti, il confronto con le elezioni regionali del 2010, evidenzia due tendenze:
Il centrodestra perde 13 punti percentuali, passando dal 59.2% al 46.9%.
Recupera il centrosinistra, con un aumento dal 36.7% al 39.4%.

Sia in Veneto che in Italia, la seconda sconfitta delle elezioni è la velleità del terzo polo: sostanzialmente non pervenuto.
Il caso di Chioggia non fa eccezione proprio perché l’Udc lì non ha scelto una strada solitaria, ma l’intesa col Pd.
Non c’è stato alcun valore aggiunto. L’Udc si è preso i suoi voti ed appare inesistente lo spazio politico per il Fli. Ed il fatto nuovo è che, a differenza delle scorse regionali, dove l’Udc si è alleato con noi non è andato male.
Segnale che i nostri elettori – quantomeno nelle elezioni amministrative – hanno già saputo mescolarsi.
Il sistema bipolare in questo senso ne esce rafforzato : invece qualcuno ha visto segnali di vitalità di “Verso Nord” o delle tante ipotesi cacciariane sulla necessità del centro?
Tanto più nella provincia di Treviso, dove l’uscita di qualche nostro esponente dal P.D. non solo non ha determinato alcuna perdita di consenso, ma anzi ha visto premiato in modo significativo proprio il Partito Democratico, con un netto miglioramento di percentuali rispetto all'anno scorso, e di voti assoluti rispetto a cinque anni. Evidentemente hanno premiato la compattezza della coalizione e dello stesso partito, la scelta di un candidato presidente di indiscutibile competenza e passione, la solidità della squadra.

La nostra offerta politica
Oggi più che mai è centrata per il Pd la scelta di mettere al centro del discorso politico i temi concreti: lavoro, fisco, innovazione per lo sviluppo, politiche di coesione sociale, attenzione ai conti dei comuni.
Se una cosa è dimostrata da questo voto, è che:
L’innamoramento del Nord verso Berlusconi e verso la Lega non è più scontato.
Il Pd è il perno solido del centrosinistra, che vince con un proprio candidato in 24 casi su 29 (tra comuni capoluogo e province che andavano al voto in cui ha vinto il centrosinistra).
Anche dove, come a Milano, il Pd non ha espresso il candidato, siamo il primo partito della coalizione (e per un soffio non il primo della città).
La questione del rapporto con diversi segmenti di elettorato (astenuti, centro) non si affronta solo con la geometria delle alleanze. Come ha notato Bersani, gli elettori del centrosinistra e quelli del centro in diversi casi si sono già saldati, anche senza che fosse stata siglata un'alleanza.

Ma ci sono alcune lezioni da trarre. Anche per la nostra regione.
La prima è il primato della politica, sulle liti interne: quando parliamo delle cose concrete, vinciamo e siamo il baricentro dell’alternativa.
La seconda è l’importanza delle primarie: da Torino a Bologna, da Milano a Trieste e Cagliari, le primarie sono state uno strumento potente di coinvolgimento, partecipazione e mobilitazione dell’elettorato. Persino il caso Napoli, con primarie usate come regolamento di conti interno, cioè in modo scorretto, è un’eccezione che conferma la regola.
In Veneto su questo abbiamo pagato un prezzo: elezioni primarie per lanciare la scelta dei candidati avrebbero potuto rafforzare la nostra proposta in più di una delle situazioni in cui abbiamo perso, e forse specialmente a Rovigo.
Per il futuro, laddove non si verifica da subito la possibilità di sparigliare il gioco con alleanze alternative, come quella di Chioggia, la strada di primarie aperte deve essere l’opzione da percorrere sempre: perché questo strumento è entrato nel dna del nostro elettorato.
Perché il Pd non ha alcun motivo (né politico né di aritmetica elettorale) di temerle.
Perché quando abbiamo in casa uno stallo politico o divisioni croniche, l'apertura alla partecipazione sono l'unica medicina.


L'autonomia dei livelli locali è essenziale : è stabilita dallo Statuto e vanno rispettate le nostre regole. Ma l'esercizio dell'autonomia va di pari passo con quello della responsabilità politica.
Errori ne sono stati commessi in questa campagna elettorale. Errori che , se commessi altrove, in un diverso contesto socio - politico, consentono comunque la vittoria del nostro schieramento.
Ma non qui. Nel Veneto non possiamo permetterci errori. Queste elezioni ci hanno consegnato un cambiamento di opinione nei nostri confronti, una apertura di credito e di fiducia che non avevamo fino a sei mesi fa.
Ma non sempre abbiamo saputo cogliere questo clima diverso.
Quando un Sindaco uscente si trova nella condizione di non poter o voler ricandidarsi, quando la maggioranza che lo ha sostenuto va in mille pezzi ed il PD resta da solo, quando scegliamo il candidato sindaco all’ultimo termine utile, dopo una estenuante lotta interna, quando un’intera classe dirigente si arrocca nelle sue decisioni – anche se assunte nelle sacre stanze - e non importa se i segnali del territorio e della società sono di tutt’altro avviso, allora a pagare dazio politico è il ruolo del Pd e del centrosinistra in quel territorio.
E’ nostra responsabilità guardare in faccia i nostri errori.
Non per individuare i capri espiatori sui quali scaricare ogni colpa ma perché non possiamo più sprecare le opportunità che gli elettori ci affidano.
Per questo chiedo un’autentica, aperta, libera discussione su questo voto.
Fra tutti i livelli, locale, provinciale e regionale.
Nei luoghi in cui si è perso. A Rovigo, a Montebelluna, ad Abano Terme. Circolo per circolo. Perché le ragioni della sconfitta vanno condivise. Insieme, dal livello locale, a quello provinciale e regionale. La segreteria regionale c’è, è pronta ad accompagnare questo percorso.
Solo così è possibile rilanciare l’azione del Partito Democratico e presentarsi pronti e competitivi alla prossima partita.
Anche qui nel Veneto, terra contendibile.

28.3.11

Assemblea regionale del PD Veneto: l'agenda per il 2011

La Nuova Venezia 28 marzo 2011

«C’è chi inietta veleni nel Pd»

VENEZIA. «Da chi riveste un ruolo dirigente mi aspetto l’assunzione di responsabilità, anche nei momenti difficili. Chi si limita a scagliare critiche e inietta il veleno del frazionismo nel partito, tradisce il mandato e la fiducia degli elettori». All’indomani dell’assemblea regionale del Pd, Laura Puppato non usa mezzi termini.
A irritare il capogruppo in consiglio veneto, è la prevalenza - mediatica, almeno - delle polemiche interne rispetto al lavoro e ai risultati conseguiti: «Colpa nostra, anche. Apprendo ora, per caso, che da dicembre a oggi abbiamo ricevuto 3-4 richieste quotidiane di iscrizione on line al partito mentre nel semestre precedente ne erano arrivate in tutto una ventina. Non lo sa nessuno, Perché?».
Puppato rivendica l’impegno dei democratici su temi qualificanti - l’assistenza sociale, il trasporto locale, le energie rinnovabili e l’opposizione vittoriosa al nucleare - né si scandalizza delle critiche a certi atteggiamenti della magistratura espresse da esponenti di primo piano, come i senatori Paolo Giaretta e Felice Casson: «Siamo riformisti, non conservatori, e la giustizia va cambiata. Non è accettabile una durata media dei processi di 8 anni. Attenzione però: la prima responsabilità è del Governo, che insegue scorciatoie e non investe risorse».
Severo il giudizio sul primo anno di presidenza Zaia: «Proclami e dietrofront a seconda dei sondaggi. Dopo tanti spot, scopriamo che il Veneto non ha un euro per gli investimenti, che l’ultimo piano sociosanitario risale al ’95, che saremo gli ultimi d’Italia ad approvare bilancio e statuto, che andiamo sott’acqua ogni volta che piove».

Però il vicesegretario Andrea Causin se n’è andato affermando che il progetto del Pd è fallito e che Bersani, più che il leader, fa il capo di una mozione... «Bersani è bravo, da parte mia gli ho scritto invitandolo a non temere le diversità, penso a Matteo Renzi e a tanti altri. Il Pd deve includere, senza snobismi né insofferenza, anche se a volte è faticoso».
«Disagio verso la linea di Bersani? Nella nostra assemblea non c’era», fa eco il segretario Rosanna Filippin «ce n’era parecchio, invece, verso le polemiche strumentali che cosiddetti dirigenti nazionali a spasso per l’Italia importano per beghe correntizie di piccolo cabotaggio». Trasparente l’allusione al j’accuse di Giuseppe Fioroni, capofila della corrente moderata e cattolica...

«Le nostre priorità? Una riforma fiscale per riequilibrare le tasse tra rendita e lavoro. Una scelta strategica in favore della green economy, per trainare innovazione, ricchezza e occupazione. Una riforma immediata del Patto di stabilità, senza la quale il federalismo leghista sarà una scatola vuota, perché i Comuni sono ingiustamente al palo. Una riforma del mercato del lavoro per portare i giovani fuori dal tunnel della precarietà, con l’adozione del contratto unico. E una riforma della governance regionale che investa seriamente sulle funzioni del governo metropolitano. Idee, non slogan».

19.3.11

Il consigliere Andrea Causin lascia il PD

18-03-2011, comunicato del Partito Democratico Veneto

Andrea Causin ha annunciato in una lettera a Pier Luigi Bersani la decisione di uscire dal Partito Democratico:

“Avevo creduto – scrive nella lettera - che il Pd potesse essere un partito plurale, aperto, moderno, riformista, con una forte vocazione maggioritaria. Purtroppo le scelte operate nell'ultimo periodo segnano una drastica inversione di tendenza rispetto al partito immaginato dal Veltroni e da tanti altri amici. Di qui la decisione di compiere una scelta rispetto ad un disagio che diventa sempre più forte e alla necessità di continuare a svolgere il mio impegno politico e civile in una fase complessa e densa di incognite”.

Rosanna Filippin, segretario regionale del Pd Veneto replica a questa scelta con una lettera aperta a tutti i democratici veneti.

“Andrea Causin ha annunciato la scelta di lasciare il Partito Democratico. Andrea fu candidato alla segreteria regionale del Partito nelle primarie del 2009. E sino all’autunno dell’anno scorso è stato vice segretario del Pd Veneto. Nel febbraio del 2010, con il voto degli elettori del Partito Democratico, è stato rieletto in Consiglio Regionale. Prima di tutto credo che coerenza verso i suoi elettori vorrebbe che all’abbandono del Pd seguissero le dimissioni da consigliere regionale. Nella sua lettera, Andrea cita alcune ragioni politiche della sua scelta. Le rispetto, come rispetto le ragioni politiche di chiunque, ma non le condivido.

Non condivido la tesi che il profilo del Partito Democratico sia quello della socialdemocrazia di stampo classico. La nostra proposta politica offre una sintesi del tutto nuova e mi spiace che un fondatore del Pd abbia ceduto alla tentazione di cliché ripetitivi e speculari a quelli di chi, come Berlusconi, con altrettanta superficialità rimprovera al Pd di non essere invece socialdemocratico a sufficienza. Non condivido la tesi che Pier Luigi Bersani si stia comportando come il capo di una mozione. Il congresso del Pd e le sue divisioni sono da tempo alle nostre spalle e lo dimostra il sostegno offerto alla linea del segretario da Dario Franceschini, che aveva sfidato Bersani con una piattaforma alternativa. Oppure il mito di un partito in mano ad apparati espressi dalle storie politiche che hanno dato vita al Pd. La linfa del nostro partito è nella militanza di tanti e in particolare di una nuova generazione che si è affacciata alla politica quando Ds e Margherita già erano storie passate.

Infine, forse la più seria delle questioni poste da Causin. Il Pd è marginale al Nord? Io non lo credo. La difficoltà dei democratici al Nord non nascono ora, hanno radici più profonde. Oggi però la sfida è più che mai aperta: perché il berlusconismo tocca un punto di crisi e perché la Lega deve dar conto degli scarsi risultati della sua azione di governo, dopo il lungo tempo delle promesse.

L’alternativa a questo centrodestra ha bisogno di una grande forza di popolo. Il Pd è questo. Non il partito di un capo, né quello di un solo leader, non un partito di poche prime donne, ma una forza resa grande dall’energia, dalla passione e dalla coerenza di tanti.

Può il Partito Democratico vincere da solo la sfida al berlusconismo? No di certo. Ma senza un Pd forte nessuna alternativa può vincere davvero. Rendere forte e vincente questa alternativa è il nostro compito. La coerenza verso questa grande responsabilità è il primo passo verso il successo. La rinuncia a questo impegno è anch’essa un primo passo. Ma di un percorso che conduce all’irrilevanza. La scelta tocca a ciascuno di noi”.

17.2.11

PD regionale e spazio delle donne

Più spazio alle donne: deve capirlo anche il Pd
La Nuova Venezia 17 febbraio 2011

È stata proprio una gran bella giornata: donne e uomini di età, culture e preferenze politiche diverse hanno affollato le piazze di domenica 13 febbraio per dire che la misura è colma, la rabbia e lo stupore tanti e che è ora, per il bene di tutti, che si arresti un sistema che culturalmente fa vergognare l’Italia dinanzi al mondo intero. È stata un’occasione formidabile per ricordare a questo Paese che il suo principio ordinatore non sono le feste di Arcore, e che il potenziale femminile è pronto a fare una parte straordinaria, quella che ancora manca al compimento completo della democrazia. Ma questo è un Paese che fatica a capire, perché deve fare i conti con un problema culturale prima che politico, e nessuna realtà o parte della società ne è immune.
Il Pd quando si è costituito, qualche anno fa, ha messo in atto uno straordinario meccanismo democratico, le primarie, coniugandolo con il principio paritario di genere che da quel momento avrebbe pervaso tutte le forme ed i livelli di partito, fino alla presenza negli organismi istituzionali. Eppure, solo poche settimane fa, lo stesso Pd si accontentava di rivedere e «rinnovare» l’organismo esecutivo e politico regionale, facendolo di soli uomini, lasciando la segretaria Filippin unica rappresentante di genere, la quale, coraggiosamente, si è direttamente rivolta alle donne per porre rimedio allo scempio di genere che il rispetto delle correnti interne imponeva.
Eppure si sa che alle donne (del Pd) non mancano competenze, idee, voglia di fare, capacità politica, di relazione e senso pratico. E si sa bene che con la presenza delle donne ne guadagna il Pd, la politica, le istituzioni. Ma ancora non basta, ed è penoso sentire «ma le donne non ci sono...» perché è proprio dove ci sono e dove si esprimono che viene messo in atto, inspiegabilmente, il tentativo di estromissione. Rosanna Filippin ha un compito faticoso, da affrontare con tenacia. Noi la sosteniamo.

-
(*) Pd Veneto

6.2.11

Il PD Veneto contro i tagli "di bassa lega"

«Lega, traditi Veneto e federalismo»
La Nuova Venezia 06 febbraio 2011


PADOVA. «La Lega ha tradito il federalismo e il Veneto». E’ tutto nell’arringa finale del segretario regionale Rosanna Filippin, il messaggio lanciato dal Pd nel corso della manifestazione ragionale proposta a Padova contro i tagli di «bassa lega». Un incontro voluto per spiegare alla gente le scelte del partito, a partire dal federalismo: «Il nostro no è quello dei sindaci, che si misurano tutti i giorni sul campo con problemi di risorse» garantisce Filippin.
«Caro Zaia, è per questo che la Lega ha combattuto per vent’anni?» domanda il segretario agli aficionados di piazzetta Pedrocchi - oltre un migliaio secondo il partito, circa 500 per la Questura - tra cui consiglieri regionali, parlamentari e rappresentanti dell’associazionismo «Il vero federalismo è rivoluzione, ma in questo testo di rivoluzione non c’è traccia. Forse perché le rivoluzioni si fanno cambiando le classi dirigenti, ma dove sono i giovani, in un paese che ha il premier più vecchio d’Europa?». Il no al federalismo è tuttavia un giudizio di merito, assicura Filippin, in risposta a chi, anche tra i democratici, sostiene che l’astensione avrebbe lasciato più margine di manovra per gestire le accuse del centrodestra: «Siamo consapevoli del rischio che corriamo, ma siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità - prosegue - è proprio perché ci teniamo a garantire l’unità d’Italia che non vogliamo che passi questa bufala sul federalismo. A Roma portiamo la volontà dei nostri amministratori, non quella di dare spallate».
Il nodo è quello ormai noto di un provvedimento che, spiegano i democratici, impone più tasse e meno autonomia, più centralismo e meno responsabilità. Lo ribadisce anche il sindaco di Padova Flavio Zanonato, che esordisce esortando la gente ad acclamare Napolitano: «Un punto forte di riferimento, segno che le regole pagano ancora - sostiene - non ha caso ha rispedito indietro un federalismo completamente vuoto, che non ha neppure un testo certo su cui ragionare. La Lega ha cercato di diffondere un equivoco immenso, ma la verità è che i Comuni soffocano per i tagli diretti e per quelli imposti dalla Regione: quest’anno dovremo fare i conti con 6 milioni in meno e tutti sappiamo che così si colpisce chi sta peggio. Non credo che dopo tutto ciò la gente continuerà a pensare che Bossi dica il vero».
La stretta colpirà il trasporto: «Se la Regione riduce il contributo del 25% ai Comuni, noi dobbiamo recuperare questa somma aumentando le tasse o il biglietto - spiega - a livello regionale mi aspettavo un po’ più concretezza dalla Lega, invece abbiamo avuto solo tanta propaganda, tanti slogan, ma fatti mai. Zaia dice che il federalismo demaniale ci consentirà di avere le Dolomiti. Io sono anni che le frequento, sai che soddisfazione adesso che sono della Regione... - e conclude - si dice che l’opposizione non riesca a dare alternative credibili: può essere. Ma di fronte a un Governo così debole, il Pd può essere un’alternativa importante».

24.1.11

PD Veneto: 10 milioni di firme contro Berlusconi

Pd: «Tagli spaventosi, scendiamo in piazza»
La Nuova Venezia 24 gennaio 2011

PADOVA. Il Partito Democratico del Veneto si mobilita, tira fuori i gazebi, apre le porte dei suoi circoli in un’offensiva di persuasione popolare che, a partire dal 5 febbraio, andrà avanti per quattro settimane. Obiettivo: contribuire a mettere insieme i 10 milioni di firme invocate dal segretario Pier Luigi Bersani contro Berlusconi e far pervenire al governo regionale del presidente Luca Zaia il profondo dissenso dei democratici sui tagli alla sanità, ai servizi, ai bilanci comunali, alla scuola dell’esecutivo veneto.

«Il bilancio regionale che stanno varando è spaventoso - dice il segretario regionale del Pd Rossana Filippin - spaventoso e privo di valutazioni di merito».
La mobilitazione sarà in pieno stile leghista (una volta si sarebbe detto in stile Pci), «siamo bravi - assicura la Filippini - almeno quanto la Lega, cercheremo poi di colmare lo svantaggio di essere meno di loro con un doppio impegno».
Cento i gazebo tirati fuori dagli armadi estivi, che saranno posizionati nelle piazze dei centri storici, sui luoghi dello struscio e nei quartieri delle periferie, in ogni luogo dove c’è gente, «io però che sono una con delle pretese - scherza la Filippin - non mi accontento dei 100 e mi aspetto di più: in Veneto abbiamo poco meno di 500 circoli, quella cifra quindi va aumentata».
«Sarà una manifestazione contro tutti i tagli minacciati da Zaia sul welfare, il 5 febbraio invitiamo la popolazione del Veneto ad scendere in piazza, sfileremo per Padova e faremo sentire la nostra voce in maniera forte e chiara sul modo in cui vengono trattate le ragioni del bene pubblico in questa regione, e non solo».
L’altro, il non solo, si riferisce allo stile del primo ministro Silvio Berlusconi che la Filippin invita «a dedicarsi alla sua vita privata a tempo pieno».
La bufera giudiziaria e il «turbamento» dell’opinione pubblica per quanto avveniva nella villa di Arcore, sembra smuovere la capacità politica dei democratici, a Torino con Veltroni che azzarda un «partito al 42%», a Napoli con la conferenza nazionale convocata a febbraio in cui il segretario Bersani tirerà le fila delle alleanze per l’alternativa di governo e anche a Padova con la manifestazione regionale del 5 febbraio.

Il gelo dei conti e la stretta asfissiante che si profila sono il leit motiv che la settimana scorsa ha messo d’accordo i sindacati sul pericolo di una compressione insopportabile del tenore di vita dei veneti. Dalla Uil che chiede «un confronto serrato con la giunta regionale», alla constatazione della Cgil («non c’è bilancio in regione»), fino alla Cisl che con il segretario Franca Porto lancia l’idea di «fondi integrativi sanitari» per far quadrare i conti. La coda della crisi economica ha impiantato i suoi effetti in Veneto mostrandone le conseguenze durature (il rapporto tra lavoratori stabili e precari si è invertito a danno dei primi, le famiglie fanno fatica, i giovani non trovano lavoro), da qui la protesta sociale che il Pd vuole raccogliere