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18.10.10

PD Veneto:c'è chi invoca un radicale rinnovamento della classe dirigente

Corriere del Veneto 18 ottobre 2010
Democratici sul Titanic
Umberto Curi


Meglio tardi che mai. Ridotto all’osso, potrebbe essere questo il commento alla decisione assunta da Andrea Causin, il quale si è dimesso dalla carica di vicesegretario regionale del Pd. Limpide, e sostanzialmente persuasive, anche le motivazioni addotte per spiegare questa scelta. Da un lato, la paurosa emorragia di elettori registratasi fra le politiche del 2008 e le regionali del marzo scorso, con un saldo negativo di oltre il 40% di voti in meno. Dall’altro lato, la denuncia dell’incapacità del gruppo dirigente di capire le ragioni del mancato radicamento del partito nel territorio. Parole chiare - finalmente - seguite da comportamenti coerenti, anche se tardivi.
La crisi del Pd veneto ha ricevuto poi un’ulteriore accelerazione dall’annuncio del passaggio di Diego Bottacin, ultimo segretario della Margherita, sui banchi del gruppo misto in consiglio regionale. Un gesto, questo, certamente diverso da quello di Causin, il quale è rimasto nel partito, ma ugualmente indicativo di un malessere giunto ormai al limite.
Dopo l’incredibile vicenda di Giuseppe Bortolussi, scelto quale candidato governatore del centrosinistra, e poi dopo la sconfitta abbandonato al suo destino. Dopo la nascita di «Verso Nord», e la fuoriuscita di fatto di personaggi come Massimo Cacciari, questi colpi ulteriori segnalano che si è giunti davvero al capolinea.
Ma ciò che maggiormente preoccupa, in una situazione che non é esagerato definire drammatica, è la risposta della segreteria regionale, rimasta pateticamente arroccata in un atteggiamento inutilmente difensivo. Come se i 400mila elettori persi in un biennio fossero un’invenzione di Causin. Come se la clamorosa inadeguatezza culturale, tecnica e politica del gruppo dirigente regionale non fosse sotto gli occhi di tutti. Come se si dovesse attendere ancora chissà quale altra batosta elettorale per decidersi ad una resa dei conti rinviata da troppo tempo. Come se la perdita di tante figure così rappresentative non mettesse in questione, talora anche esplicitamente, gli orientamenti e le capacità di coloro che hanno governato il Pd nel Veneto da almeno un paio d’anni a questa parte. Davvero non si capisce cosa ancora si stia aspettando per azzerare da subito il quadro della dirigenza regionale, e anche di molte dirigenze provinciali, con lo spirito di chi tenti almeno di ricominciare da capo. Non vi è alcuna scadenza elettorale ravvicinata che possa giustificare un atteggiamento attendista. Il Titanic è oramai pieno di falle, imbarca acqua da tutte le parti, il naufragio è vicino. Restarsene sul ponte a danzare al suono di un’orchestrina, come se niente stesse accadendo, sarebbe l’ultimo di una serie già fin troppo lunga di comportamenti sbagliati e irresponsabili. Prima che la prospettiva del fallimento totale diventi inevitabile, si cerchi almeno di recuperare in extremis un po’ di dignità, riconsegnando agli elettori e agli iscritti la prerogativa di decidere l’assetto e gli orientamenti strategici del partito che dovrebbe essere il perno di un’alternativa al processo di leghizzazione galoppante. Mai come in questo momento si può dire che davvero, giunti a questo punto, l’unica cosa che si può perdere è una condizione di subalternità diventata giorno dopo giorno perfino umiliante. Il fondo è stato toccato. Con un po’ di coraggio e di onestà si può solo cercare di risalire.

17.9.10

PD Veneto: "Verso Nord" causa tensioni

la Nuova Venezia — 17 settembre 2010
Il Pd veneto verso lo strappo

VENEZIA. «Non siamo degli scambisti, noi vogliamo bene a chi vive nella nostra casa». L’immagine hot è di Laura Puppato e allude allo strappo in atto ai vertici del Pd veneto. Dove la capogruppo rivolge l’aut aut al consigliere Diego Bottacin: scelga tra il «terzo polo» e il partito che l’ha eletto. E agisca subito. Altrimenti lo faremo noi.
Il capo d’accusa, in forma di lettera aperta, allude all’impegno dell’esponente «lettiano» nel manifesto-movimento Verso Nord, fautore dichiarato dell’aggregazione di un nuovo soggetto - casininiano, rutelliano, finiano e via centrizzando - che superi l’attuale schematismo bipolare.
«Ho agito in coerenza con ciò che è accaduto da tre mesi a questa parte», scandisce Puppato «il nostro è il partito più libero e pluralista che si possa immaginare ma un conto è discutere, anche da posizioni lontane, un altro è lavorare alla costruzione di una diversa formazione politica. All’indomani delle elezioni, il nostro candidato-presidente, Bortolussi, ha costituito un gruppo misto ribadendo che lui non è iscritto al Pd. Beh, è vero. Bottacin, però, è un esponente del nostro partito, fa parte del gruppo in Regione, ha ricevuto la fiducia dei dirigenti democratici e il sostegno dei nostri elettori. E io sento il dovere di chiedergli conto delle sue azioni. E’ una questione semplice: o sta con noi, oppure no. E’ libero di sceglie il terzo, il quarto, il ventunesimo polo... Agisca secondo le sue idee e la sua coscienza, nella chiarezza però. Su tutto possiamo negoziare, non sulla trasparenza. Se poi ho capito male, se Diego non sta con i piedi in due staffe come mi è parso di capire, allora sarò felice di scusarmi con lui. Anzi, come ho promesso, cuoceremo il vitello grasso».
E l’eventuale figliol prodigo Bottacin cosa ribatte?
«Sono sbalordito, è una concezione del confronto che mi sembra fuori da ogni
grazia di Dio», fa sapere «secondo Laura Puppato la mia adesione a Verso Nord è
una sorta di tradimento, passibile di espulsione. Spero non creda davvero in ciò
che ha scritto, in tal caso dovrà cacciare anche Massimo Cacciari, Achille
Variati, Diego Zardini e tanti altri. Sarò in buona compagnia. Cosa dire? Nel
partito si avverte ormai un disagio fortissimo».
Aldilà delle boutade, la capogruppo pone un problema politico...
«E io rispondo che il sistema bipolare si va scomponendo, che la
contrapposizione tra due poli ha prodotto conflitti, non riforme. Che i segnali
di post-berlusconismo devono spingerci al cambiamento. E allora dico: mandiamo a
quel Paese chi finora ha lucrato sul bipolarismo, dai dipietristi alla sinistra
radicale, e costruiamo l’asse con il terzo polo, così da porre fine all’egemonia
centrodestra-Lega. Questo è ciò penso, questa è la prospettiva di Verso Nord. E
nel Pd questa convinzione si fa strada, è minoritaria ma non isolata. Le
attestazioni di solidarietà che mi arrivano da più parti, dopo l’attacco
ricevuto, mi confermano questa convinzione. Andrò avanti».
Parole grosse e clima pesante in vista della direzione regionale democratica, convocata domani a Treviso dal segretario Rosanna Filippin, impegnata in queste ore in un tentativo di ricucitura. L’ultimatum, si apprende, non è stato preceduto da una discussione interna e sta suscitando perplessità anche nella componente “diessina”, per due ordini di ragioni. Anzitutto, se un richiamo disciplinare deve esserci, questo spetta a chi dirige il partito, non a chi coordina il gruppo nelle istituzioni. In secondo luogo, colpire la componente cattolico-moderata rischia di sospingere i residui consensi centristi verso l’onnivoro, virtuale, gettonatissimo terzo polo.