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28.3.11

Assemblea regionale del PD Veneto: l'agenda per il 2011

La Nuova Venezia 28 marzo 2011

«C’è chi inietta veleni nel Pd»

VENEZIA. «Da chi riveste un ruolo dirigente mi aspetto l’assunzione di responsabilità, anche nei momenti difficili. Chi si limita a scagliare critiche e inietta il veleno del frazionismo nel partito, tradisce il mandato e la fiducia degli elettori». All’indomani dell’assemblea regionale del Pd, Laura Puppato non usa mezzi termini.
A irritare il capogruppo in consiglio veneto, è la prevalenza - mediatica, almeno - delle polemiche interne rispetto al lavoro e ai risultati conseguiti: «Colpa nostra, anche. Apprendo ora, per caso, che da dicembre a oggi abbiamo ricevuto 3-4 richieste quotidiane di iscrizione on line al partito mentre nel semestre precedente ne erano arrivate in tutto una ventina. Non lo sa nessuno, Perché?».
Puppato rivendica l’impegno dei democratici su temi qualificanti - l’assistenza sociale, il trasporto locale, le energie rinnovabili e l’opposizione vittoriosa al nucleare - né si scandalizza delle critiche a certi atteggiamenti della magistratura espresse da esponenti di primo piano, come i senatori Paolo Giaretta e Felice Casson: «Siamo riformisti, non conservatori, e la giustizia va cambiata. Non è accettabile una durata media dei processi di 8 anni. Attenzione però: la prima responsabilità è del Governo, che insegue scorciatoie e non investe risorse».
Severo il giudizio sul primo anno di presidenza Zaia: «Proclami e dietrofront a seconda dei sondaggi. Dopo tanti spot, scopriamo che il Veneto non ha un euro per gli investimenti, che l’ultimo piano sociosanitario risale al ’95, che saremo gli ultimi d’Italia ad approvare bilancio e statuto, che andiamo sott’acqua ogni volta che piove».

Però il vicesegretario Andrea Causin se n’è andato affermando che il progetto del Pd è fallito e che Bersani, più che il leader, fa il capo di una mozione... «Bersani è bravo, da parte mia gli ho scritto invitandolo a non temere le diversità, penso a Matteo Renzi e a tanti altri. Il Pd deve includere, senza snobismi né insofferenza, anche se a volte è faticoso».
«Disagio verso la linea di Bersani? Nella nostra assemblea non c’era», fa eco il segretario Rosanna Filippin «ce n’era parecchio, invece, verso le polemiche strumentali che cosiddetti dirigenti nazionali a spasso per l’Italia importano per beghe correntizie di piccolo cabotaggio». Trasparente l’allusione al j’accuse di Giuseppe Fioroni, capofila della corrente moderata e cattolica...

«Le nostre priorità? Una riforma fiscale per riequilibrare le tasse tra rendita e lavoro. Una scelta strategica in favore della green economy, per trainare innovazione, ricchezza e occupazione. Una riforma immediata del Patto di stabilità, senza la quale il federalismo leghista sarà una scatola vuota, perché i Comuni sono ingiustamente al palo. Una riforma del mercato del lavoro per portare i giovani fuori dal tunnel della precarietà, con l’adozione del contratto unico. E una riforma della governance regionale che investa seriamente sulle funzioni del governo metropolitano. Idee, non slogan».

20.3.11

PD Veneto: nessuna egemonia degli ex-Ds

La Nuova Venezia 20 marzo 2011

Fuga dal Pd, vertici sotto accusa

VENEZIA. L’esodo si conclude con il poker. Ma la partita, del confronto e degli equilibri, non può finire qui. Lo assicurano ex popolari e riformisti del Pd all’indomani dell’ufficializzazione della fuoriuscita dal partito di Andrea Causin cui, ieri, hanno fatto seguito una serie di confronti sia sull’asse romana che veneta. Al momento, non risultano altre defezioni. Quella di Causin è dunque la quarta defezione in ordine di tempo dopo Alessio Vianello, Maurizio Fistarol e Diego Bottacin. Nessun conto, invece, sulla meteora Calearo, protagonista di troppe capriole per poter essere oggetto di una seria analisi.

La tesi è che le defezioni - che travalicano il Veneto - siano sintomatiche del malessere delle correnti minoritarie di fronte allo strapotere degli ex Ds con 9 rappresentanti su 15 nell’esecutivo regionale, cui si aggiungono tesoriere e presidente. La questione, spiegano gli ex popolari si fa ancora più spinosa nei territori - nei circoli piuttosto che nelle segreterie provinciali - a partire da Padova, uno dei feudi per eccellenza dei furono democratici di sinistra che contano sul sindaco Zanonato, sul «segretario provinciale ombra» Piero Ruzzante, passando per il consigliere regionale Mauro Bortoli e il deputato Alessandro Naccarato.

L’appello a un’analisi più approfondita arriva dall’onorevole Simonetta Rubinato: «Anziché autoassolversi, dando sempre la colpa agli altri, il Pd trovi uno scatto d’orgoglio per competere sulla scena politica veneta. E’ bene che si avvii una seria discussione sul disagio avvertito da un’ampia schiera non solo di eletti, ma anche di iscritti ed elettori cui sta sempre più stretta la vocazione minoritaria a cui sembriamo inesorabilmente destinati. Bisogna cominciare a fare i conti con il fatto che a livello regionale abbiamo quasi dimezzato i voti. Di sicuro questi elettori non se ne sono andati per ragioni private o personali». Il pericolo - avverte quindi - è che il Pd non venga più percepito come un’autentica alternativa da larghe fasce di elettori che non si riconoscono nelle vecchie ideologie.

«Le dichiarazioni di Rosanna Filippin sulla fuoriuscita di Causin certificano per l’ennesima volta la difficoltà del partito a comprendere quanto sta accadendo» rincara l’onorevole Rodolfo Viola, pur affermando di non condividere la scelta del consigliere di Martellago «Penso che in questo momento la partita vada giocata nel Pd, anche per rispetto dei tanti che hanno condiviso con noi molte scelte e battaglie» aggiunge bollando la reazione del partito come «superficialità politica allarmante» per la costante mancanza di confronto dopo ogni defezione.

«Riteniamo prioritario correggere la rotta e la comunicazione in capo alla segreteria - sostiene Paolo Giacon, dell’esecutivo regionale, scuola Giaretta - ma non per questo sbattiamo la porta e ce ne andiamo. Anzi, crediamo ancora nel progetto Pd anche se Bersani si è allontanato dallo spirito del Lingotto». Quanto alla fuoriuscita di Causin, precisa che un progetto plurale, moderato e riformista si realizza in un grande partito e non in minuscole sigle: «Gli elettori ci chiedono unità, spirito d’iniziativa e coraggio e i cattolici del Pd intendono assumersi questa responsabilità fino in fondo, mettendola a servizio della causa democratica».

Il primo momento di confronto sabato prossimo, con l’assemblea regionale. «Le prossime settimane ci diranno se il disagio di Causin era nei confronti del Pd o del centrosinistra più in generale - punge Davide Zoggia, responsabile Enti locali della segreteria del partito - tutti i nostri sforzi saranno volti a far sì che tutti si possano sentire a casa propria. Per quanto riguarda la discussione sul partito, su cui è già stato avviato un percorso di riflessione negli organismi dirigenti, in questa fase si privilegiano le scadenze amministrative per risolvere i problemi degli italiani». (s.z.)

19.3.11

Il consigliere Andrea Causin lascia il PD

18-03-2011, comunicato del Partito Democratico Veneto

Andrea Causin ha annunciato in una lettera a Pier Luigi Bersani la decisione di uscire dal Partito Democratico:

“Avevo creduto – scrive nella lettera - che il Pd potesse essere un partito plurale, aperto, moderno, riformista, con una forte vocazione maggioritaria. Purtroppo le scelte operate nell'ultimo periodo segnano una drastica inversione di tendenza rispetto al partito immaginato dal Veltroni e da tanti altri amici. Di qui la decisione di compiere una scelta rispetto ad un disagio che diventa sempre più forte e alla necessità di continuare a svolgere il mio impegno politico e civile in una fase complessa e densa di incognite”.

Rosanna Filippin, segretario regionale del Pd Veneto replica a questa scelta con una lettera aperta a tutti i democratici veneti.

“Andrea Causin ha annunciato la scelta di lasciare il Partito Democratico. Andrea fu candidato alla segreteria regionale del Partito nelle primarie del 2009. E sino all’autunno dell’anno scorso è stato vice segretario del Pd Veneto. Nel febbraio del 2010, con il voto degli elettori del Partito Democratico, è stato rieletto in Consiglio Regionale. Prima di tutto credo che coerenza verso i suoi elettori vorrebbe che all’abbandono del Pd seguissero le dimissioni da consigliere regionale. Nella sua lettera, Andrea cita alcune ragioni politiche della sua scelta. Le rispetto, come rispetto le ragioni politiche di chiunque, ma non le condivido.

Non condivido la tesi che il profilo del Partito Democratico sia quello della socialdemocrazia di stampo classico. La nostra proposta politica offre una sintesi del tutto nuova e mi spiace che un fondatore del Pd abbia ceduto alla tentazione di cliché ripetitivi e speculari a quelli di chi, come Berlusconi, con altrettanta superficialità rimprovera al Pd di non essere invece socialdemocratico a sufficienza. Non condivido la tesi che Pier Luigi Bersani si stia comportando come il capo di una mozione. Il congresso del Pd e le sue divisioni sono da tempo alle nostre spalle e lo dimostra il sostegno offerto alla linea del segretario da Dario Franceschini, che aveva sfidato Bersani con una piattaforma alternativa. Oppure il mito di un partito in mano ad apparati espressi dalle storie politiche che hanno dato vita al Pd. La linfa del nostro partito è nella militanza di tanti e in particolare di una nuova generazione che si è affacciata alla politica quando Ds e Margherita già erano storie passate.

Infine, forse la più seria delle questioni poste da Causin. Il Pd è marginale al Nord? Io non lo credo. La difficoltà dei democratici al Nord non nascono ora, hanno radici più profonde. Oggi però la sfida è più che mai aperta: perché il berlusconismo tocca un punto di crisi e perché la Lega deve dar conto degli scarsi risultati della sua azione di governo, dopo il lungo tempo delle promesse.

L’alternativa a questo centrodestra ha bisogno di una grande forza di popolo. Il Pd è questo. Non il partito di un capo, né quello di un solo leader, non un partito di poche prime donne, ma una forza resa grande dall’energia, dalla passione e dalla coerenza di tanti.

Può il Partito Democratico vincere da solo la sfida al berlusconismo? No di certo. Ma senza un Pd forte nessuna alternativa può vincere davvero. Rendere forte e vincente questa alternativa è il nostro compito. La coerenza verso questa grande responsabilità è il primo passo verso il successo. La rinuncia a questo impegno è anch’essa un primo passo. Ma di un percorso che conduce all’irrilevanza. La scelta tocca a ciascuno di noi”.

2.11.10

Verso Nord non sarà un'alternativa al PD

Verso Nord senza bussola
la Nuova di Venezia — 02 novembre 2010
VENEZIA. Sarà «Verso Nord» l’alternativa veneta al Pd, il porto di approdo di chi ha deciso di andarsene dal partito? Chi conosce la politica veneta da anni, non da ieri, è scettico. E non solo per i precedenti rapidamente falliti del «partito dei sindaci» o del movimento del Nordest. Non tutti i delusi dal Pd condividono la trasformazione della nuova iniziativa politica in partito. E sul fronte opposto, c’è davvero chi pensa che l’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan sia disposto a divorziare? Divorziare da Berlusconi nei fatti, e non a parole? Né appare in grado di dare una svolta radicale la tanto ventilata nascita di un terzo polo a livello nazionale: i politologi ne valutano la consistenza in un 10-15 per cento al massimo, dunque non in grado di far saltare il malconcio bipolarismo attuale. Almeno fino a che il Cavaliere non uscirà di scena.
C’è piuttosto ancora chi (e non sono pochi) intende lavorare dall’interno del Pd veneto per restituirlo all’idea originaria. Come Paolo Giaretta (nella foto), ex segretario del partito, tra i firmatari del documento di Veltroni. Che esorta a non seppellire le critiche, anche se aspre, ma ad affrontare un serio autoesame:
«Quando un partito comincia ad avere paura delle idee, a fare
la caricatura delle opinioni altrui, a evocare scenari scissionistici che non
esistono piuttosto che entrare nel merito delle proposte, vuol dire che non è in
buona salute. Facciamo un buon servizio al partito tacendo, e lasciando che
subisca questa deriva?».
E chiama in causa il severo giudizio di «Famiglia Cristiana» lì dove sostiene che la crisi del Pd è più grave di quella del Pdl, e che il partito è «incapace di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta dei valori di fondo su cui cotruire un mondo migliore». Ci sono nostalgie del Pci anni Cinquanta che vanno abbandonate, sostiene Giaretta; il quale sottolinea che «ho lavorato troppi anni per costruire un incontro tra i riformismi del Paese, per assistere oggi silente al rischio della sconfessione di quel progetto».
Un progetto che con Veltroni aveva ottenuto il 34 per cento dei voti, e che ora è franato al 26. Sulle opinioni si può discutere, i numeri fanno testo. Cosa non ha funzionato nel Partito Democratico? Spiega dall’interno una voce critica come quella di Arturo Parisi: «In questi anni ci siamo dedicati alle conte, ci siamo contati molte volte, abbiamo contato un numero sempre maggiore di persone, abbiamo elaborato tecniche raffinate di conta. Quello che non sappiamo è che cosa abbiamo contato». E aggiunge: «Il nostre problema non sono né Veltroni né Franceschini né Bersani, e neppure D’Alema. Il problema è che in questa disgregazione in questa confusione, quella di cui il partito non dispone è una bussola. Da ciò la mia ossessiva ripetizione: dite pure con chi state, ma prima ancora che cosa volete».
Dall’esterno, un politologo autorevole come Luca Ricolfi parla di una crisi strutturale dei due maggiori soggetti politici, costituiti da appena due anni: «Se Pdl e Pd scricchiolano, non è solo perché i loro dirigenti sono litigiosi e irresponsabili. La ragione vera è che, per quanto appena nati, sono già due partiti vecchi».
C’è ancora una chance per il Pd di evitare di seguire le orme del Pdl, con una rottura dall’interno? Difficile dirlo. Viene in mente una vecchia battuta di Elio Armano, già segretario veneto del Pds, nei mesi in cui il Pd era in cantiere: «Un’idea così bella, che quasi quasi è meglio non prenderle la tessera». Il sospetto è che finisca per rivelarsi molto più (e peggio) di una battuta. (2. fine) Francesco Jori
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Se l'addio di Bottacin scatena una slavina
la Nuova di Venezia — 19 ottobre 2010
VENEZIA. E se proprio dal Veneto si mettesse in moto la slavina destinata a frantumare il Pd, com’è accaduto invece da Roma per il Pdl? L’addio al partito di Diego Bottacin, da anni tra i protagonisti principali del centrosinistra regionale, è tutt’altro che un fatto isolato. E i nomi destinati con molta probabilità a seguirlo, da Maurizio Fistarol ad Achille Variati, non saranno a loro volta meteore. Nella base del partito matura da mesi un malumore crescente, acuito dalla secca dichiarazione con cui il segretario veneto Rosanna Filippin ha liquidato l’uscita di Bottacin: non condivido neanche una virgola della sua analisi.
Ma come altro spiegare allora dei dati incontrovertibili? Un Pd che ha perso quasi metà del suo elettorato, che è inchiodato a un misero 20 per cento, che in quattro province su sette è al di sotto della media regionale. Che ha puntato per le regionali su un candidato il quale sulla carta dovrebbe essere il capo dell’opposizione e che è relegato in una stanzetta dove fa malinconicamente gruppo a sé, di fatto desaparecido dal giorno dopo il voto. Che si sgretola dall’interno, tra dimissioni dalle cariche e abbandoni eccellenti. Che alle politiche di due anni fa si è fatto imporre un capolista già andato per conto proprio, e poi impegnato nelle serenate ad Arcore per cercare di ottenere un posto da ministro. Non è solo un malessere interno, certo. Pesa soprattutto la questione di respiro nazionale aperta dal documento di Veltroni, che si riflette anche in Veneto. E che non si può liquidare con una sorta di contrapposizione tra ex Ds ed ex Margherita, anzi: il malessere taglia in due i vecchi partiti. Con una parte minoritaria rappresentata dagli ulivisti, i quali contestano alla maggioranza di voler un po’ alla volta fare del Pd un partito socialdemocratico, liquidando così l’idea originaria della nuova formazione politica. Finora la spaccatura è stata evitata, ma fino a quando? Basta scorrere un paio di passaggi del cosiddetto documento dei quarantenni, quelli definiti «i giovani turchi»: il partito versa in una condizione di «rachitismo organizzativo, incertezza identitaria e ingovernabilità politica»; ci sono «dirigenti che parlano sempre più spesso come divi di Hollywood in tour promozionale, capaci di ripetere soltanto quanto amino l’Italia, le sue bellezze artistiche e i suoi struggenti paesaggi».
L’assemblea nazionale di inizio ottobre ha segnato una tregua, non certo la pace. Perché, come ha detto proprio in quell’occasione Dario Franceschini, quando ci si ritrova tutti assieme si inneggia all’unità e dal giorno dopo si ricomincia a litigare e a dividersi. Ma ciò che sta accadendo in Veneto non si può liquidare con un semplice litigio: dietro c’è un calo di consensi di oltre sei punti in soli due anni, lasciando sul terreno qualcosa come oltre 350mila voti, passando da 810mila a 450mila. Con una gestione unitaria ormai di pura facciata, cui hanno dato il primo colpo (non sarà l’ultimo) le dimissioni di Andrea Causin dalla vice segreteria regionale. Dopo la Calabria, il Veneto è l’area che ha presentato il peggior risultato alle ultime elezioni; aggravando così una condizione di cronica debolezza che non si può certo liquidare col «prego si accomodi» rivolto a chi se ne va. E che non si risolve certo limitandosi a cambiare questo o quel dirigente, segretario incluso: è il partito ad avere bisogno di una cura radicale.
(1 - continua) - Francesco Jori

18.10.10

PD Veneto:c'è chi invoca un radicale rinnovamento della classe dirigente

Corriere del Veneto 18 ottobre 2010
Democratici sul Titanic
Umberto Curi


Meglio tardi che mai. Ridotto all’osso, potrebbe essere questo il commento alla decisione assunta da Andrea Causin, il quale si è dimesso dalla carica di vicesegretario regionale del Pd. Limpide, e sostanzialmente persuasive, anche le motivazioni addotte per spiegare questa scelta. Da un lato, la paurosa emorragia di elettori registratasi fra le politiche del 2008 e le regionali del marzo scorso, con un saldo negativo di oltre il 40% di voti in meno. Dall’altro lato, la denuncia dell’incapacità del gruppo dirigente di capire le ragioni del mancato radicamento del partito nel territorio. Parole chiare - finalmente - seguite da comportamenti coerenti, anche se tardivi.
La crisi del Pd veneto ha ricevuto poi un’ulteriore accelerazione dall’annuncio del passaggio di Diego Bottacin, ultimo segretario della Margherita, sui banchi del gruppo misto in consiglio regionale. Un gesto, questo, certamente diverso da quello di Causin, il quale è rimasto nel partito, ma ugualmente indicativo di un malessere giunto ormai al limite.
Dopo l’incredibile vicenda di Giuseppe Bortolussi, scelto quale candidato governatore del centrosinistra, e poi dopo la sconfitta abbandonato al suo destino. Dopo la nascita di «Verso Nord», e la fuoriuscita di fatto di personaggi come Massimo Cacciari, questi colpi ulteriori segnalano che si è giunti davvero al capolinea.
Ma ciò che maggiormente preoccupa, in una situazione che non é esagerato definire drammatica, è la risposta della segreteria regionale, rimasta pateticamente arroccata in un atteggiamento inutilmente difensivo. Come se i 400mila elettori persi in un biennio fossero un’invenzione di Causin. Come se la clamorosa inadeguatezza culturale, tecnica e politica del gruppo dirigente regionale non fosse sotto gli occhi di tutti. Come se si dovesse attendere ancora chissà quale altra batosta elettorale per decidersi ad una resa dei conti rinviata da troppo tempo. Come se la perdita di tante figure così rappresentative non mettesse in questione, talora anche esplicitamente, gli orientamenti e le capacità di coloro che hanno governato il Pd nel Veneto da almeno un paio d’anni a questa parte. Davvero non si capisce cosa ancora si stia aspettando per azzerare da subito il quadro della dirigenza regionale, e anche di molte dirigenze provinciali, con lo spirito di chi tenti almeno di ricominciare da capo. Non vi è alcuna scadenza elettorale ravvicinata che possa giustificare un atteggiamento attendista. Il Titanic è oramai pieno di falle, imbarca acqua da tutte le parti, il naufragio è vicino. Restarsene sul ponte a danzare al suono di un’orchestrina, come se niente stesse accadendo, sarebbe l’ultimo di una serie già fin troppo lunga di comportamenti sbagliati e irresponsabili. Prima che la prospettiva del fallimento totale diventi inevitabile, si cerchi almeno di recuperare in extremis un po’ di dignità, riconsegnando agli elettori e agli iscritti la prerogativa di decidere l’assetto e gli orientamenti strategici del partito che dovrebbe essere il perno di un’alternativa al processo di leghizzazione galoppante. Mai come in questo momento si può dire che davvero, giunti a questo punto, l’unica cosa che si può perdere è una condizione di subalternità diventata giorno dopo giorno perfino umiliante. Il fondo è stato toccato. Con un po’ di coraggio e di onestà si può solo cercare di risalire.

15.10.10

Le dimissioni di Andrea Causin: la replica di Rosanna Filippin

PD Veneto, comunicato stampa 14-10-2010
Andrea Causin ha rassegnato questa mattina le dimissioni da vice segretario regionale. 39 anni, consigliere regionale alla seconda legislatura, Andrea ha partecipato come candidato della mozione Franceschini alle primarie per l'elezione del segretario regionale dell'ottobre 2009. Successivamente, ha assunto l'incarico di vice-segretario del Partito Democratico del Veneto, affiancando Rosanna Filippin per quasi un anno.
In una lettera inviata ai membri dell'Assemblea regionale, Andrea Causin spiega di aver scelto la strada delle dimissioni perché convinto che il Pd Veneto sia "privo da tempo di iniziativa politica" e non abbia saputo offrire alla "secessione" degli elettori, né "risposte di carattere politico" né risposte di carattere "organizzativo".
Rosanna Filippin, segretario regionale del Pd Veneto, ha replicato all'annuncio con il commento che riportiamo:
"In momenti della vita di un paese come quello attuale un partito come il nostro, che è il perno dell'alternativa a Berlusconi, ha il dovere di unire tutte le sue energie. Il nostro non è il tempo dei passi indietro e delle fughe individuali, ma quello di un impegno raddoppiato, per accelerare la crisi che già divide il centrodestra. Penso che il progetto politico emerso dall'assemblea nazionale di Varese, con le proposte su fisco e merito, autonomie locali e federalismo, Pmi e crisi economica, ci consenta di proporre, anche in Veneto, un messaggio politico credibile. Il centrodestra aveva promesso più sviluppo, innovazione, riforme e meno tasse, meno centralismo, meno risse politiche. Oggi è nei fatti il tradimento di questi impegni. A noi, spetta il compito di indicare l'alternativa: un fisco che premia il lavoro anziché le rendite, un federalismo che difende i comuni, anziché soffocarli, una scelta a favore dell'innovazione e della scuola, una politica dell'immigrazione vigile, ma non ottusa, una legge elettorale che rimette la scelta nelle mani dei cittadini. Ed è su questo che il Pd si mobiliterà in tutto il Veneto dalle prossime settimane".

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Questa la lettera di dimissioni di Andrea Causin:

Lascio la Vice Segreteria del PD Veneto ma il mio impegno per il partito continua

E' trascorso un anno esatto dal congresso regionale.
Nell'ottobre dell'anno scorso ho compiuto una scelta di responsabilità.
Pur non essendo in presenza di un risultato netto di alcuno dei contendenti, ho ritenuto che l'indicazione di voto dell'assemblea regionale dovesse andare a Rosanna Filippin, in quanto anche se non aveva superato il 50% dei consensi degli elettori delle primarie, aveva comunque raccolto una indicazione prevalente armonicamente all'andamento della mozione Bersani a cui era collegata la sua candidatura.
Oggi, a distanza di un anno, sento la responsabilità di scrivere questa lettera perché in tutta evidenza il nostro partito è privo da tempo di iniziativa politica.
Non ha offerto, a quella che oramai definisco la secessione dei nostri elettori, né risposte di carattere politico, tantomeno ha saputo dotarsi di un assetto efficace sul piano organizzativo.

Il segno della crisi è nei numeri. Non tanto nelle percentuali, quanto nei valori assoluti.
Alle politiche 2008, 812.406 veneti hanno votato Partito Democratico.
Alle regionali 2010 hanno votato il nostro partito solo 456.309 veneti, su una popolazione di quasi 5 milioni.
Il risultato delle regionali, non solo offre un'idea del fatto che abbiamo perso in soli 2 anni quasi metà del nostro corpo elettorale, ma delinea una prospettiva di progressiva residualità che mette a rischio le poche situazioni di governo che ancora deteniamo, grazie alle personalità forti che abbiamo messo in campo.

Do merito a Rosanna di avere condiviso e raccolto la mia preoccupazione prima dell'estate.
Anche in relazione alla difficoltà del conseguimento del numero legale degli organismi assembleari (direzione e assemblea) e alla prolungata e mancata convocazione dell'esecutivo regionale.
Dopo l'estate ci sono state due riunioni di quello che è stato definito "l'ufficio politico", un organismo extrastatutario dei maggiorenti veneti del Partito Democratico, in particolare deputati, amministratori e consiglieri regionali.
L'ufficio politico ha condiviso, nelle due riunioni, la difficoltà in cui versa il partito, soprattutto in relazione all'assenza di iniziativa politica, nel momento in cui il centro destra sta rappresentando all'opinione pubblica le proprie divisioni, contraddizioni e fragilità.
Il gruppo dirigente del PD Veneto, a mio avviso, non ha svolto un'analisi onesta delle ragioni per cui non siamo, in questi mesi, riusciti a radicare la nostra proposta politica.
Ha genericamente dichiarato chiusa e archiviata la fase del congresso e delle mozioni che ci hanno consentito di costruirlo e ha affidato le proprie speranze a quella che è stata definita la "fase 2", attraverso una generica volontà di fare meglio e di impegnarsi di più.


Se qualcuno, per ragioni elettorali, di convenienza o peggio per superficialità, preferisce la conservazione dello status quo e la nobile arte del tirare a campare, io credo invece che non possiamo far finta di non vedere le difficoltà in cui versano i nostri circoli, le fatiche dei nostri amministratori locali, al fronte nei piccoli comuni, e la difficoltà drammatica che abbiamo di rappresentare la società Veneta, nelle sue sfaccettature e nelle sue rapide evoluzioni.

Eppure i temi non mancherebbero.
La lunga decrescita economica che sta vivendo la nostra regione dall'ottobre del 2007, sta cambiando radicalmente i legami economici e sociali del nostro territorio.
C'è la necessità che la politica torni a occuparsi delle politiche per lo sviluppo, quelle che il Presidente della Repubblica in visita a Venezia, ha avuto l'ardire di chiamare politiche industriali.
E congiuntamente è necessario ripensare il lavoro e l'insieme dei diritti delle persone che lavorano.
Abbiamo bisogno di trovare coraggio e affrontare con decisione e parole nuove la riorganizzazione del sistema sanitario, ma anche le relazioni nelle nostre comunità, che sono segnate sempre di più dall'incontro con i migranti. Un incontro che è foriero di novità ma anche di tragiche contraddizioni se solamente si pensa alle vicende di violenza che hanno coinvolto donne di famiglie islamiche.
C'è l'urgenza di tornare a battersi per l'autonomia dei corpi intermedi, in modo particolare della finanza, soprattutto dopo gli attacchi vergognosi del presidente della Regione alla fondazione Cassamarca e del sindaco di Verona alla fondazione Cariverona.


Personalmente ho accettato, nell'estate scorsa, la candidatura alla segreteria regionale perché ho creduto, e credo, in un PD capace di riformare la politica Italiana, ripensando il ruolo delle istituzioni nel tempo della globalizzazione e della crisi.
Un partito plurale, aperto, radicato nella società.
Capace di chiamare all'impegno le donne e gli uomini migliori della nostra terra.
Ho sognato un partito capace di essere luogo di confronto e di ideazione di una prospettiva nuova per l'economia e per la società del Veneto.


In questi mesi, mentre maturava in me la consapevolezza della distanza tra il PD in Veneto e la società che si candida a rappresentare, ho scelto responsabilmente di stare al mio posto, nella fiducia che il tempo offrisse le condizioni di una inversione di tendenza.
Negli ultimi tempi mi sono assunto, negli organismi, il compito sgradito ai più di porre il problema, soprattutto in relazione alla necessità di comprendere dove abbiamo sbagliato e all'urgenza di tornare a "pensare" i contenuti e i modi della nostra presenza politica.
Oggi credo che essere responsabili significa non tacere e non fingere che tutto va bene, non rinunciare al dibattito, al confronto.
E' necessario mettersi in discussione e dal momento che il gruppo dirigente veneto non ha intenzione di farlo, comincio dalla mia persona.
Con la presente mi dimetto da vice segretario del partito Democratico Veneto.
Le mie dimissioni non sono una rinuncia, bensì una scelta di proseguire in piena libertà, quell'iniziativa politica di cui c'è tanto bisogno e che per essere svolta non ha bisogno di ruoli e riconoscimenti.
Spero che questo gesto forte, e per certi versi sofferto, possa aprire una discussione vera nel PD del Veneto, che consenta di trovare delle soluzioni vere prima che sia troppo tardi.

20.9.10

Il "manifesto" veltroniano dei 75: un'interpretazione dagli aderenti del veneziano

Il Gazzettino 20 Settembre
"Berlusconi e questo PD impreparato"

Gentile Direttore, ci sono alcuni punti sui quali vorremmo riflettere a margine del documento che con molti altri amici abbiamo offerto alla discussione dentro il PD.

Il primo punto è legato alla situazione generale del Paese.
L’estate appena trascorsa ha segnato il punto più alto della crisi valoriale e di contenuti del sistema berlusconiano: l’uscita dei finiani, la reazione scomposta in puro stile stalinista del cavaliere hanno accompagnato l’evidente incapacità della destra di dare risposte ai drammatici problemi del paese, caricando anche con la manovra economica di luglio, il peso della crisi sui più deboli, affossando il futuro sviluppo del Paese, sia quello culturale che del mondo del lavoro delle piccole e medie imprese.A questa crisi certificata dai sondaggi, mai così negativi per la destra, non è corrisposta da parte del PD la capacità di intercettare i voti in uscita dal quel fronte: in un sistema bipolare peraltro questa è l’unica possibilità di garantire reale alternanza di governo. I risultati delle Regionali e i successivi sondaggi ci fermano ad un deludente e non sufficiente 25 %. Anziché concentrarsi sul perché di questa situazione ci si è attardati a discutere di alleanze ora con l’uno ora con l’altro Partito, senza cercare di offrire una proposta spendibile per un elettorato in cerca di un punto di approdo credibile.

Da qui è nata la seconda considerazione di molti di noi, che vedendo una discussione troppo ripiegata sul tatticismo e visti i risultati negativi contribuisse a dare una visione al PD e con esso al Paese. Queste cose le abbiamo dette peraltro sempre in questi 3 anni di vita del PD, alla cui nascita quale abbiamo contribuito assieme a moltissimi altri con passione credendo ad un progetto capace di dare risposte nuove e più adeguate ad un Paese che nel frattempo è profondamente cambiato. Pensare al lavoro come un diritto da garantire attraverso un sano sviluppo del sistema economico, a relazioni sindacali moderne e più adeguate ai tempi di una globalizzazione selvaggia che mette in crisi il nostro sistema fatto di piccole e medie imprese, pensare ai cosiddetti piccoli che, specie qui al Nord sono un asse fondamentale della nostra economia, ai quali un Partito come il nostro deve garantire non solo a parole ma nei fatti diritti e dignità vera. Il tutto constatando una drammatica flessione nelle iscrizioni al Partito in molte parti del Paese, l’uscita di molti autorevoli dirigenti (salutata troppo spesso di espressione di sollievo) ci hanno convinto che fosse necessario contribuire al dibattito interno riproponendo concetti e proposte che stanno nel dna fondativo del PD.

E qui arriva la terza e ultima (amara) riflessione. Siamo stati blanditi in alcuni casi minacciati in altri a non firmare il documento in nome di una unità di facciata che, di fronte alla crisi della destra secondo qualcuno, veniva messa in discussione. Qualcuno altro ha parlato di posizionamenti in vista del mercato delle candidature per le eventuali prossime elezioni politiche. Il solo fatto di derubricare un documento di idee ad un bega di posti e di potere la dice lunga sulla comprensione e sulla capacità di un partito di confrontarsi con la ricchezza del dibattito e delle originalità al suo interno. Spiace che sia scattato un riflesso quasi pavloviano che spinge autorevoli esponenti e a parlare di autogol e di regalo alla destra e ad alimentare l’idea di gente in cerca di spaccare il PD. Il regalo alla destra lo si fa non offrendo al Paese un’alternativa spendibile e lasciando i disoccupati, il mondo della scuola, il sistema economico senza un punto di approdo cui affidarsi.Nessuno di noi ha firmato quel documento contro qualcuno. Scrive Letizia De Torre, Parlamentare del PD che non ha firmato il documento ma che ne ha evidentemente colto il vero significato “Il contenuto del documento deve essere discusso e la chiarezza che si deve fare deve aumentare l’unità, non l'unitarismo, ma l’unità nella diversità degli apporti che è il massimo dell’espressione democratica”. Con questo spirito vorremmo che si aprisse dentro il PD e con il Paese il confronto sulle cose che dice il documento: saremo tutti più forti.
L’alternativa per il PD è il rischio dell’ insignificanza dentro la società e sicuramente condannare il Paese a pagare il prezzo delle politiche di questo Governo.

Rodolfo Viola
Andrea Causin

5.7.10

Rosanna Filippin: il punto sul PD Veneto

la Nuova di Venezia — 5 luglio
Filippin, una scossa al Pd «Fuori chi non ci crede Zaia? Per ora solo parole»


VENEZIA. Meno partito e più politica. Da condividere con i cittadini. Il segretario regionale del Pd Rosanna Filippin dà la scossa ai democratici. Perché già è difficile guidare un partito all’angolo, figuriamoci se si ha il dubbio che a spingercelo sia parte della propria classe dirigente. L’appuntamento è alle feste estive del Pd, lunga estate di confronto che sfocerà nei congressi d’autunno.
Qual è lo stato di salute del partito?
«Abbiamo subito una sconfitta pesante, ma non siamo definitivamente sconfitti. Sono convinta della bontà della nostra proposta politica, dobbiamo solo liberarci dei difetti che ci portiamo dietro».
Che sono?
«Guardarci troppo indietro, capire che il messaggio riformista significa cambiare le cose adesso. Ed essere più netti, semplici e chiari nelle scelte».
Nelle ultime settimane Causin, (mozione Franceschini) le ha manifestato il suo dissenso rispetto alle dinamiche interne. Cosa ne pensa?
«Sabato sera sono stata alla festa democratica di Cadoneghe, una rassegna che calamita 10 mila persone in una settimana. E ho constatato, ancora una volta, come le dispute interne non interessino ai veneti. Partendo dal presupposto che né io, Causin o Casson siamo indispensabili, ribadisco che i conflitti interni mi interessano poco. Il partito è uno strumento, non l’obiettivo. Non è dei dirigenti, è di chi lo vive sul territorio ed è nostro dovere consentire al partito di andare avanti».
Ma non crede che gli attriti paralizzino l’attività?
«E’ mio compito evitarlo. Bisogna tuttavia sottolineare che abbiamo una forma di partito molto complessa: ci abbiamo messo quasi sei mesi a fare un segretario. Va da sé che i momenti di stanchezza siano fisiologici. Per questo bisogna pensare a forme organizzative diverse».
Nella sua conduzione si è parlato anche di «eccesso di democrazia».
«Ripeto: il partito si è dotato di strumenti molto faticosi, di assemblee troppo numerose per una realtà in cui quasi nessuno vive di politica. Bisognerebbe trovare un registro più facile, semplificando le regole e snellendo gli organismi. Oltre a costruire una rete più orizzontale sul territorio».
A proposito: è vero che i tesseramenti sono in caduta libera?
«Non mi risulta che gli altri partiti viaggino a livelli altissimi. Le iscrizioni sono aperte fino al congresso: al momento ha votato solo Vicenza, con il rinnovo dell’80% delle tessere. E’ vero, c’è una flessione, ma i conti si fanno alla fine. E, a questo punto, dipende tutto dalla nostra capacità di essere significativi sul territorio. Ci aspetta un’estate con decine di feste. E questo non significa solo liscio e salsicce, ma anche confronto. Per questo non sono preoccupata. Voglio che il Pd si riprenda il suo ruolo ed orgoglio e smetta di sentirsi all’angolo. Dobbiamo parlare di politica: tasse, federalismo, crisi, università. E’ così che si esce dall’angolo».
I congressi sono anche un momento importante per ipotecare poltrone.
«Bersani l’ha promesso: i prossimi parlamentari saranno scelti dagli iscritti attraverso le primarie. Non sono così ingenua da credere che i segretari non avranno voce in capitolo, ma ci sarà ampia condivisione».
Anche l’indicazione dell’ex consigliere Marchese, come prossimo responsabile organizzativo, ha suscitato polemiche.
«Al momento, il responsabile resta al suo posto. Se si rivelerà necessario cambiare i ruoli per migliorare organizzazione ed efficacia, lo faremo. Ma sia chiaro: non dobbiamo piazzare trombati illustri. Non stiamo parlando di cariche retribuite. Marchese ha una grande preparazione e si è messo a disposizione del partito. E non vorrei rinunciare ad elementi come lui o Causin».
Proprio Causin sostiene che qualcuno tra i suoi, ovvero i bersaniani, starebbe cercando deliberatamente di indebolirla.
«Ripeto: la priorità che mi sono data è portare il partito su temi concreti. Il resto non mi interessa».
Solo che non può farlo da sola.
«Mi assumo le mie responsabilità e mi aspetto che chi ha ricevuto determinati incarichi faccia altrettanto. Altrimenti si cambia. Se qualcuno non è a suo agio e pensa che le cose non funzionino, può andarsene. Nelle prossime settimane, o mesi, se qualcuno sentirà di non condividere più il progetto, sarà gentilmente invitato a ricoprire un altro ruolo. La condizione che pongo io è di avere un gruppo coeso e coerente».
Crede che ci sia ancora spazio di manovra per migliorare la finanziaria?
«Bisognerebbe buttarla e riscriverla. Non sono così ottimista, nemmeno per il federalismo. Il nostro obiettivo sarà quello di applicare ad ogni atto un sistema di equità e merito».
Tra poco scadono i primi 100 giorni di governo di Zaia. Cosa ne pensa?
«Che il Veneto avesse bisogno di una scossa era evidente a tutti. Per molto tempo la crisi è rimasta ovattata, con l’idea che il nostro sistema economico fosse più forte. Ma non è così: un’indagine dell’Ipsos ci conferma che anche qui sta crescendo il pessimismo. E l’immagine di competenza, efficienza ed ottimismo che ci ha regalato Zaia in campagna elettorale, vive solo nelle parole». - Simonetta Zanetti

1.7.10

Al PD regionale manca il numero legale (in Direzione ed Assemblea): i riflessi sui congressi

la Nuova Venezia — 1 luglio 2010
Causin: «Nel Pd c è un gioco per indebolire partito e segretario»


VENEZIA. Si acutizzano i mal di pancia nel Pd. Ieri, il vice segretario regionale Andrea Causin (franceschiniano) ha scritto una lettera aperta ai democratici del Veneto dopo la diserzione della sua mozione dall’assemblea regionale di sabato scorso.
«Qualcuno, non io, ha fatto scientemente saltare il numero legale di due direzioni, mettendo in difficoltà la segretaria e l’esecutivo» spiega. Conti alla mano, Causin spiega come questa strategia non sia imputabile alla mozione Franceschini dato che bersaniani e mariniani, compatti, avrebbero potuto garantire da soli il numero legale. «Appare evidente che esiste un gioco per indebolire il livello regionale e mettere in difficoltà il segretario e ho ritenuto fosse il mio dovere formalizzare l’esistenza di un problema latente che ci impedisce di iniziare il lavoro di strutturazione necessario a svolgere bene il nostro ruolo di opposizione. Qualcuno che pensa che lo scopo della vita sia governare il partito e non il Paese».

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la Nuova Venezia — 27 giugno 2010
Tessere in fuga e scontri bufera sul congresso Pd

PADOVA. Povero Pd, già bollito sotto il primo solleone. All’assemblea regionale (225 aventi diritto) è mancato il numero legale. Stessa solfa nelle ultime due sedute della direzione regionale (75 componenti, un organismo più mastodontico non potevano immaginarlo). Il tesseramento è in caduta libera: si calcola una flessione di iscritti pari ad un terzo sul 2009. Ma girano anche stime più allarmistiche. Il partito che fu di Cacciari è ora nelle mani di Rosanna Filippin e potrebbe perfino non essere così male, visto che il carismatico Massimo, dopo il partito del Nordest, Insieme per il Veneto, la Margherita e il Pd, sta pensando di fondare - assieme a Rutelli, Fini, Montezemolo e quant’altri spiriti liberi che un giorno asseriscono e l’altro negano - il “Partito della Nazione”. Un nome che vale un programma: è come augurare buona pesca a Giancarlo Galan nel momento preciso in cui sta mettendo il piede in barca. Li vorremmo proprio vedere in azione nel Veneto, questi del Partito della Nazione. Se mai succederà.

Nell’attesa, abbiamo la Rosanna alle prese con i mal di pancia del Pd. L’epicentro delle contorsioni è Venezia, dove la componente ex Ds dell’area Bersani (prendete la mappa per seguire la spiegazione, altrimenti vi perdete) ha dato vita al caso Marchese. Si dà per certo che l’ex consigliere regionale punti a succedere a Pierangelo Molena nella carica di responsabile organizzativo del partito. Sarebbe a dire l’uomo che tiene tutti i collegamenti verticali e orizzontali del Pd veneto, con Roma e con le province. Andrea Causin della componente Franceschini (occhio alla mappa) ha scritto una lettera alla Rosanna, spiegando di non essere d’accordo «né sul metodo né sul merito». La pensano allo stesso modo quelli della componente Marino e perfino una parte dell’area Bersani, precisamente quelli di provenienza non Ds.

Il «caso Marchese» è la punta di un icerberg: la parte sommersa riguarda i congressi provinciali in itinere. Si vorrebbe far partecipare tutti gli iscritti, non solo quelli che frequentavano il Pd al 21 luglio 2009 (!). Per quanto strano possa sembrare, il partito che voleva dare agli elettori la stessa dignità degli iscritti, ha una norma anti-ribaltone che vieta il tesseramento massiccio sotto congresso. Lo scopo è evitare le degenerazioni, rischio peraltro congenito in tutte le democrazie. A meno di non fare il “partito leggero” di Berlusconi, così si rischia solo di finire nel cesarismo. Se vi piace di più. Peraltro la Lega fa votare i propri iscritti dopo una quarantena di 2 anni. Il Pd veneto, per ammettere ai congressi i tesserati 2010, dovrebbe dare l’ok con una maggioranza di due terzi in direzione regionale. E’ qui che la componente Bersani sta facendo mancare il numero legale alla Rosanna (che peraltro è di area Bersani!).

E ieri Causin ha restituito la pariglia nell’assemblea regionale. Stretta nella morsa, la Filippin dice basta: d’ora in avanti - parlava dal microfono - tutte le decisioni, comprese le nomine, dovranno essere prese con l’accordo delle tre componenti. Per quanto priva di numero legale, l’assemblea regionale del Pd si cimentava attorno ad una ponderosa ricerca Ipsos, piena di riferimenti Veneto-Italia utili a capire un sacco di cose sul comportamento elettorale dei veneti.

Per tacere delle valutazioni sui temi più scottanti, che si potevano raccogliere in sala. Laura Puppato, una per tutti: «La nomina a ministro di Brancher è un insulto al buon senso, se n’è reso conto anche l’uomo della strada. La gente è arrabbiata. Un trattamento da sudditi. In un paese normale uno prenderebbe il bastone per spiegare a chi governa che deve andarsene».
- (Renzo Mazzaro)

8.6.10

«Portatori sani di cultura»: il PD veneziano contro i tagli al FUS

la Nuova Venezia 08 giugno 2010
Pd, si ribella la cultura dimezzata dal governo


«Portatori sani di cultura». Questo lo slogan scelto dal Partito Democratico per la giornata di mobilitazione nazionale di ieri contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo e al decreto Bondi sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Il partito annuncia la prossima organizzazione di presidi pubblici all’esterno dei luoghi della cultura cittadini, dai teatri alla Fenice.
«A rischio - dicono i parlamentari veneziani del Pd Rodolfo Viola e Delia Murer, assieme ad Andrea Causin e Bruno Pigozzo, consiglieri regionali, e al segretario provinciale del partito Gabriele Scaramuzza - sono istituzioni veneziane come il teatro la Fenice ma anche enti come l’Ateneo veneto e la fondazione Giorgio Cini e teatri grandi e piccoli, dal teatro Toniolo al piccolo teatro della Murata, che vive di finanziamenti piccoli ma che garantiscono l’attività di formazione che coinvolge centinaia di persone l’anno».
Questo - precisa Andrea Causin - perché «il taglio di 550 milioni di euro nel triennio 2009-2011 al Fus, fondo unico dello Spettacolo avrà ricadute anche sui fondi trasferiti dalla Regione Veneto che per il sistema cultura nella nostra regione mette a disposizione 20 milioni l’anno».
Dai parlamentari ed esponenti del Pd arriva poi l’ennesimo grido d’allarme per le condizioni del conservatorio Benedetto Marcello che ospita 1.100 studenti in una struttura «dove ci sono i buchi nel pavimento e mancano persino gli estintori». Una battaglia contro la manovra finanziaria viene annunciata anche in città.
Alla conferenza stampa nella sede di via Cecchini ci sono anche sindacalisti e lavoratori della Fenice. «La ristrutturazione degli enti lirico-sinfonici nasce malissimo, senza investimenti e con tagli che non consentono di rilanciare un settore in cui ogni euro investito ne produce 5 di indotto», dice Loris Brugnera della Snc Cgil. Il rischio è quello di veder proliferare non le produzioni culturali ma le «serate che trasformano il teatro in un grande buffet con orchestrina», dicono i lavoratori della Fenice. «Da due anni questo governo attacca cultura e sanità - aggiunge Rodolfo Viola - con un obiettivo che rivela motivazioni del tutto ideologiche e trasforma realtà come la Fenice in ristoranti con orchestrina». Il Pd che ieri ha tenuto anche una manifestazione nazionale a Roma promette anche a Venezia attenzione: «Cittadini e lavoratori devono reagire al salasso e noi saremo con loro», dice il segretario Gabriele Scaramuzza.
(m.ch.)

12.5.10

Il PD contro i tagli regionali al tempo pieno

La Nuova Venezia 11 maggio 2010
«Tempo pieno negato a 8000 alunni» Causin (Pd): la Regione intervenga

VENEZIA. Nel prossimo anno scolastico quasi 8000 bambini degli istituti primari saranno esclusi dal tempo pieno. La denuncia arriva dal consigliere regionale del Pd Andrea Causin che ha annunciato un’interrogazione alla Giunta: «Si tratta di una riduzione che colpisce 378 classi - sottolinea il consigliere - ma anche sul fronte del tempo prolungato arrivano pessime notizie: la circolare dell’Ufficio scolastico regionale del 13 aprile scorso annuncia infatti che sarà difficile, per carenza di organico, garantire il servizio a tutte le famiglie che ne hanno fatto richiesta. Il problema è che molti genitori verranno contattati solo nei prossimi giorni».
Il ministero, spiega Causin, ha previsto, solo per le primarie, il taglio di 652 insegnanti: «Di conseguenza, l’ufficio scolastico regionale ha fatto una circolare interpretativa in cui avvertiva i dirigenti scolastici di tener conto del taglio degli insegnanti al momento della redazione per piano scolastico. Tutto questo alla faccia dell’autonomia delle scuole, in primis quelle veneziane e padovane che avevano investito molto sul tempo prolungato, e di una regione in cui l’occupazione femminile è elevatissima. Meno male che i ministri Tremonti e Gelmini avevano promesso di non toccare il tempo scuola, una bugia colossale».
Con tariffe elevatissime, la scuola privata - aggiunge Causin - non rappresenta una soluzione percorribile: «Per questo il governo regionale ha il dovere di intervenire per rimediare a un’emergenza destinata a mettere in gravi difficoltà migliaia di famiglie venete». «I servizi che hanno portato le scuole del Veneto all’eccellenza europea cominciano a mancare - interviene la capogruppo del Pd Laura Puppato - tutto questo per colpa di decisioni centraliste, contrarie ad una minima idea di federalismo. I tagli rendono esplicito l’obiettivo di smantellare la scuola pubblica»
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La Nuova Venezia 12 maggio 2010

Donazzan: «Il tempo pieno aumenta»


VENEZIA. L’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan giudica «strumentale» la polemica sul tempo pieno nella scuola lanciata dai consiglieri del Pd Andrea Causin e Laura Puppato. «La Regione, in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale - afferma - sta lavorando da anni per far sì che i tagli siano minimi».

Secondo l’assessore, gli alunni in più che possono usufruire del tempo pieno, rispetto allo scorso anno, «sono 2609 e le relative classi in più a tempo pieno sono ben 113: nel 2010/2011 ci saranno 2064 classi a fronte delle 1951 attuali». Questo significa, in termini percentuali, un incremento dell’1,16%: nel 2010/2011 ci sarà il 18,09% di classi a tempo pieno, a fronte dell’attuale 16,93%» conclude Donazzan.

«Quest’anno come nei precedenti anni, si accusa una pesante riduzione delle cattedre disponibili per la scuola primaria, ma così non è per il Veneto dove, rispetto al contingente assegnato dal Miur siamo riusciti ad ottenere 76 cattedre in più, passando da un taglio di 728 cattedre a 652.

Ribatte a sua volta il consigliere del Pd Andrea Causin: «Prendiamo atto che la Regione offrirà, forse, qualche tempo pieno in più. Quello che però l’assessore non dice, e che noi chiediamo di sapere, è quante classi restano scoperte e quante sono le domande, e quindi gli alunni, in più che non trovano una risposta soddisfacente».

31.3.10

Elezioni regionali: vince Zaia, ecco i consiglieri regionali eletti nel veneziano

la Nuova di Venezia — 31 marzo 2010
I dieci veneziani eletti in Consiglio

VENEZIA. Nella notte di lunedì, gli ultimi voti in arrivo da Chioggia hanno nominato l’ex assessore Renato Chisso recordman di preferenze (21.898) e regalato al Pdl il suo terzo consigliere regionale, con un successo personale di Carlo Alberto Tesserin. A farne le spese è stata la Lega Nord, che a Venezia ha conquistato così solo due consiglieri regionali, per una manciata di voti. Gli elettori di Chioggia hanno riportato a Palazzo Ferro Fini anche Lucio Tiozzo, tra le fila del Partito democratico, lasciando fuori dal Consiglio Gianpietro Marchese.
Riassumendo, l’ultima tornata elettorale ha garantito alla provincia di Venezia dieci consiglieri: 3 Pd, 3 per il Popolo delle Libertà, 2 Lega Nord, 1 Rifondazione-comunisti italiani, 1 IdV. Uno in più dei 9 assegnati di rigore alla provincia, grazie al complesso meccanismo dei «resti», che ha premiato l’Italia dei Valori. Con il 26,67% dei voti, il Pd si è confermato d’un soffio primo partito in provincia di Venezia, assicurandosi tre consiglieri: Andrea Causin (7008 preferenze), Lucio Tiozzo (consigliere uscente, al terzo mandato, 5869 preferenze) e Bruno Pigozzo (5707 voti). Il Popolo della Libertà (26,29% di preferenze) ha riportato a palazzo Ferro Fini Chisso, Moreno Teso (9006 voti) e, appunto, Carlo Alberto Tesserin al suo quinto mandato (4509 voti). La Lega Nord (26,11% delle preferenze in provincia) raddoppia i suoi consiglieri veneziani in Regione: al capolista Daniele Stival (6177) si affianca Giovanni Furlanetto (ex sindaco di Martellago, 4583 voti). Il riparto dei resti all’interno della coalizione di centrosinistra ha premiato Rifondazione-comunisti italiani (ferma al 2,75%), con la rielezione di Pietrangelo Pettenò (1554 preferenze) e l’Italia dei Valori, che ha visto così eletto il suo segretario provinciale Gennaro Marotta (922 preferenze), che ora lascerà il Consiglio provinciale dove è capogruppo: non c’è incompatibilità, ma lo statuto del partito vieta il cumulo degli incarichi. Così si dimetterà dal Consiglio provinciale anche Nicola Funari, eletto in Consiglio comunale a Venezia. A Ca’ Corner entreranno quindi due giovanissimi dipietristi come Marco Benozzi (portavoce dei giovani dell’IdV e già nel listino di Giuseppe Bortolussi, nella corsa del candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione) e Elisa Cosmo. Esce invece da palazzo Ferro Fini il verde Gianfranco Bettin, nonostante le sue 1663 preferenze personali.
- Roberta De Rossi

16.11.09

Rosanna Filippin è il nuovo segretario del PD Veneto, vice Andrea Causin

la Nuova di Venezia — 16 novembre 2009

Filippin segretario di un partito in guerra


Scena finale. L’ultimo atto del congresso del Pd, dopo le primarie del 25 ottobre, si è consumato attorno alle 13 di ieri mattina. Dopo che il candidato dei «franceschiniani» Andrea Causin aveva, nella sua relazione, invitato a votare per la rivale Filippin. Il presidente dell’assemblea, Felice Casson, gli chiede se quella frase va intesa come il ritiro dal ballottaggio (ritiro che era stato annunciato il giorno dopo le primarie e poi clamorosamente smentito). Lui annuisce. Casson allora si appresta a proclamare eletta, senza bisogno di votazioni, la Filippin: «Se nessuno ha obiezioni» dice. Il colpo di scena, come in un matrimonio, è che alcuni delegati di Rovigo si sbracciano in sala.

«Per un motivo di chiarezza e trasparenza ritengo utile per il partito che si voti - spiega il segretario rodigino Gabriele Frigato - Io personalmente voterò la Filippin». «Ma cosa dobbiamo votare - interviene Roberto Ongaro, esponente della mozione Marino - se il candidato è uno solo?». Casson, da buon ex magistrato, sentenzia per l’acclamazione. Ma una parte della sala mugugna. «Il mio segnale di unità è nominare Andrea Causin vicesegretario. E non è una spartizione di poltrone» dichiara la neo-segretario, che stavolta però è apertamente contestata dalla sala.

Il retroscena. Dietro il caso di un’acclamazione «farsa» ci sono giorni di trattative e riunioni. E la spaccatura della mozione Franceschini. Frigato infatti era il vice designato in caso di soluzione unitaria, scalzato all’ultimo momento dalla «rentrée» di Causin. E’ un’intera provincia, dunque, quella di Rovigo, a sentirsi «tradita». Il vero vincitore morale del congresso resta Felice Casson, i cui uomini adesso potranno reclamare candidature e posti all’interno del partito, mentre prima erano assolutamente emarginati. Il futuro esecutivo quindi sarà composto da 7 «bersaniani», 4 «franceschiniani» e 3 esponenti della mozione Marino. Più la segretaria Filippin.

Lo sfidante in 30 giorni. «Il candidato governatore? Lo sceglieremo al massimo in 30 giorni e sarà legittimato dalle primarie. Dobbiamo guardare anche all’Udc - ha spiegato Rosanna Filippin nel suo discorso - Così come costruiremo liste competitive per le regionali: i nomi saranno scelti con larghe consultazioni tra gli iscritti». Altro punto delicato all’interno del partito è la distribuzione delle risorse: «Mi impegno a far sì che il 50% dei soldi del partito regionale sarà restituito alle attività dei circoli e delle strutture provinciali».
- Claudio Malfitano

3.10.09

Andrea Causin: per le primarie a segretario regionale la partita è aperta


Il Gazzettino Sabato 3 Ottobre 2009

(a.fr.)
Fosse in America farebbe proprio lo slogan "yes, we can" di Barack Obama. In fondo le speranze di Andrea Causin, consigliere regionale del Pd e candidato alla segreteria regionale pe la mozione Franceschini, di spuntarla alle Primarie del 25 ottobre sono concrete.
«La partita è aperta - spiega Causin accompagnato dal coordinatore regionale della mozione Valter Vanni - in Veneto abbiamo preso più della media nazionale, mentre la mozione Bersani ha preso di meno. Il distacco in valori assoluti è di 1.496 voti, e se si considera che due anni fa, alle primarie per la nascita del Pd, votarono oltre 140mila persone, si capisce come la situazione sia aperta».
Soprattutto in Veneto, dove si è registrata la più alta partecipazione nei circoli (ha votato il 65 per cento degli iscritti), e a Venezia, dove il Pd vanta il maggior numero di iscritti fra la province venete, dove la mozione Franceschini ha superato il 40 per cento. La partita vera comincia adesso - aggiunge Causin - e mi sembra significativo che in questa regione le mozioni più innovative, quelle che sostengono Franceschini e Marino, abbiamo ottenuto risultati migliori che altrove».
Il riconoscimento a Marino non è casuale, dato che il meccanismo congressuale, sia nazionale che regionale, prevede che se nessun candidato supera il 50 per cento alle primarie si vada al ballottaggio, in sede di assemblea nazionale e regionale. «Con la mozione Marino ho riscontrato moltissime similitudini - dice Causin - sulla laicità, contro il nucleare e per la costruzione di un partito aperto. Comunque vada a finire, i dati del voto nei circoli dimostrano che ci sarà una gestione collegiale del partito».
Concetto, questo, ribadito da Vanni, deus ex machina della mozione in regione. «Gli iscritti hanno indicato che vogliono un partito aperto - dice - nonostante sei coordinatori provinciali su sette fossero schierati con Bersani. Questo vuol dire che il Veneto decide sul serio». E che la partita di Causin per la guida del Pd in Veneto sia tutta da giocare: «Pensiamo che su Andrea Causin si possa convogliare un voto ampio - prosegue Vanni - la sua è l’unica candidatura credibile».
Quanto alle possibili alleanze, lo staff della mozione Franceschini è convinto di poter contare sui contenuti del "decalogo" presentato a suo tempo da Piero Fassino a Marghera. Strategia e programma sono già pronti, mancano solo i voti per i quali Causin e soci si appellano ai "padri fondatori", ovvero al popolo delle primarie che due anni fa stupì il mondo politico per la partecipazione al voto. In prospettiva, poi, c’è la prossima tornata elettorale dove saranno in palio la Regione e il Comune di Venezia.
Qui Vanni ha già "sparigliato", con il comitato Per una metropoli sostenibile che ha elaborato un nuovo programma di governo per la città. In Regione, invece, resta aperto l’invito lanciato da Fassino ad agosto a guardare all’area moderata per cogliere le possibili frizioni fra Lega e Pdl. Guarda caso, proprio ora si parla di una possibile corsa in proprio dei due partner di maggioranza. Proprio quello che la mozione Franceschini auspicava.

1.9.09

Scaramuzza, Causin, Tiozzo, Zoggia, Stradiotto e Murer a Mirano per le dimissioni di Semenzato

la Nuova di Venezia — 01 settembre 2009
«Vergogna-vergogna», ring in piazza


MIRANO. Da un lato i militanti del Pd che scandiscono lo slogan «ver-go-gna-ver-go-gna», dall’altro il sindaco Roberto Cappelletto che, uscendo dal municipio, si prende per alcuni minuti il palco della protesta: «Voi vi dovete vergognare, che state strumentalizzando questa faccenda». Tutt’intorno i clienti del mercato settimanale di Mirano. Passano, guardano, si informano.
Quelli del Pd si sono trovati alle 10.30 all’ingresso del municipio, dalla parte di piazza Martiri, per chiedere le dimissioni del vicesindaco della Lega Nord Alberto Semenzato, responsabile del pagina Facebook «Lega Nord di Mirano» su cui è comparso il manifesto «Immigrati clandestini: torturali! E’ un tuo diritto». Lui da giorni si difende sostenendo di essere la vittima di un complotto: qualcuno avrebbe inserito quel manifesto a sua insaputa, dopo avergli rubato la password d’accesso al computer. Il Pd non ci sta, perché, ribatte «la sua versione non è credibile».
Ieri i militanti hanno gridato il loro sdegno in faccia al sindaco, e Cappelletto non ha avuto timore a rispondere, in un acceso scontro verbale in un lunedì di mercato particolarmente affolatto dopo le ferie di agosto. Non si è visto invece il vicesindaco della Lega, principale bersaglio della manifestazione, che da alcuni giorni preferisce stare nell’ombra.
Per invitarlo a fare un passo indietro ieri sono arrivati a Mirano i vertici regionali del partito: il senatore Marco Stradiotto, la deputata Delia Murer, i consiglieri regionali Andrea Causin e Lucio Tiozzo, l’ex presidente della Provincia, Davide Zoggia, il coordinatore provinciale Gabriele Scaramuzza, gli esponenti del Pd miranese e con alcuni militanti di base e altri esponenti del centrosinistra e dell’opposizione politica a Mirano. Uno schieramento di forze al quale, sabato 5 settembre, potrebbe aggiungersi il segretario nazionale Dario Franceschini.
I responsabili regionale del partito stanno cercando di portarlo a Mirano per lanciare un segnale forte, perché, come dicono, «questa città si trasformi un simbolo della lotta al razzismo». Chiaro il messaggio lanciato ieri dal Pd: «Semenzato dovrebbe dimettersi a scopo cautelativo, fino a quando non sarà l’inchiesta della magistratura a fare chiarezza su quanto accaduto». E se Semenzato fosse davvero innocente? Se fosse stato veramente beffato? «Ma come ha fatto a non accorgersi di quel manifesto? - risponde Causin - come mai nessuno dei leghisti iscritto al gruppo di Semenzato si è mai accorto di quel manifesto? La verità è che quel messaggio appare comunque verosimile, perché negli ultimi mesi questo comune ha emanato una serie di ordinanze che minano la convivenza civile tra noi e gli immigrati».
Per Stradiotto, che quand’era sindaco di Martellago ha amministrato anche con la Lega, «il sindaco dovrebbe ritirare le deleghe a Semenzato, perché nel suo ruolo istituzionale di vicesindaco ha commesso un grave errore». Cappelletto non lascia correre: «Usano la menzogna come arma politica, noi abbiamo preso le distanze da quel manifesto, messo da chi vuol male a questa amministrazione, e abbiamo già denunciato l’episodio alla Polizia postale».
(Francesco Furlan)

1.8.09

PD Veneto: Rosanna Filippin Andrea Causin e Felice Casson a proporsi come eredi di Paolo Giaretta

la Nuova Venezia — 01 agosto 2009
Pd Veneto, sfida a tre per la segreteria

Renzo Mazzaro
VENEZIA. Certo che sono bravi a fare le pentole senza i coperchi, pur non avendo niente di diabolico, questi sindaci veneti del Pd. Si fanno in quattro, letteralmente, per indicare un programma di rilancio attorno ad un candidato segretario regionale, da votare tutti insieme per ridare credibilità all’alternativa di centrosinistra nel Veneto, e il giorno dopo patatrac. Il candidato non è più lui. E non sarà neanche unitario. Al vedo tra Veneto e Roma, i quattro sindaci più importanti del Pd - Massimo Cacciari di Venezia, Flavio Zanonato di Padova, Achille Variati di Vicenza e Fausto Marchiori di Rovigo - rimediano un ceffone. Possiamo pure non definirlo sonoro, nel senso che gliel’ha dato ha cercato di affibbiarlo mezzo di nascosto, quasi che non si vedesse, o almeno non facesse rumore. Una sberla veloce, più che uno sberlotto esemplare, come facevano i genitori con i figli discoli. Mettiamola come vi pare, certo non è una carezza. Il candidato segretario regionale proposto dai 4 sindaci, il vicentino Stefano Fracasso, ha vissuto lo spazio di un pomeriggio. Era partito per le vacanze in Francia con la candidatura unitaria in tasca, tornerà retrocesso a professore di chimica, mestiere che gli dà da vivere.
Al suo posto il coordinamento nazionale dell’area Bersani indica Rosanna Filippin, vicentina, uno dei 5 nomi che il “pensatoio” veneto aveva comunque suggerito. Bilancio: vincono i parlamentari, perdono i sindaci, unico riferimento visibile del Pd nel territorio.
«Non mettiamola così», si ribella Margherita Miotto, deputato della componente Bindi, che ha dato l’ok assieme ai colleghi Gianni Dal Moro e Filippo Penati: i tre costituiscono il «tavolo di coordinamento nazionale» della mozione Bersani, considerata maggioritaria (ne consegue che la Filippin ha l’elezione già in tasca). «Non mettiamola così, perché non è andata così», insiste la Miotto. E com’è andata allora? «Il nome era tra quelli indicati dal territorio; per esigenze di immagine nazionale occorreva puntare su una donna; soprattutto l’appello dei sindaci era nato da un equivoco».
Quale? «A loro risultava che il Veneto dovesse andare ad un candidato dell’area Letta, mentre non è mai stato così». A che area appartiene la Filippin? «Alle primarie era con la Bindi, al congresso provinciale è stata candidata da tutti, adesso ha scelto l’area Bersani». Geografie di partito, per gli appassionati. Fin qui la Miotto. Va aggiunto, per sminuire l’impatto del ceffone, che almeno due sindaci su quattro erano d’accordo nel cambiare cavallo: Variati e Zanonato. Di Cacciari e Marchiori non si sa, ma se non protestano come minimo non si erano appassionati alla scelta. Laura Puppato ha chiuso il cerchio, ritirando la sua candidatura. Opplà, gioco fatto per l’area Bersani.
Ma non per la componente di Ignazio Marino, che proprio sulla candidatura Puppato aveva puntato le speranze per una prospettiva unitaria. «Ci siamo resi conto che una parte importante dell’elettorato sarebbe rimasta non rappresentata nel Pd, così abbiamo deciso la mia candidatura», spiega Felice Casson, che giorni fa la escludeva.
Terzo, ma non certo in ordine di arrivo, il candidato dell’area Franceschini, Andrea Causin, consigliere regionale, soprannominato Fullio a Martellago, da cui il suo blog www.fullio.it. «Questa situazione nasce dalle incertezze e dalle divisioni nell’area Bersani, ma è giusto così». Quanto contate nel Pd veneto? «Noi contiamo di vincere», risponde gasatissimo. E volete che non ci conti la Filippin? «Io me l’auguro ma niente è sicuro, qui le cose possono cambiare nel giro di una notte» risponde con più saggezza la candidata di Bassano. Forse pensa alle veline di Berlusconi, estromesse in una notte, dopo la lettera di Veronica all’Ansa. Con lei, in una notte, è successo il contrario. Certo che vincere nel 2010 sarà un altro paio di maniche: il Pd parte dal 19,8%.
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L'assessore all'urbanistica di Bassano del Grappa

Rosanna Filippin, 46 anni, avvocato di Bassano del Grappa, da due anni coordinatore del Pd vicentino, da una trentina di giorni assessore comunale all’urbanistica in una giunta con un sindaco dell’Udc. Formatasi nell’associazionismo cattolico, è stata presidente della Azione Cattolica. Nel 1995 è stata eletta consigliere comunale per il Ppi, di cui è stata anche capogruppo. Dal 1999 al 2001 ha partecipato alla costruzione di «Insieme per il Veneto».
Il pubblico ministero prestato alla politica

Felice Casson, 56 anni, senatore, è candidato alla segreteria regionale del Pd per la mozione di Ignazio Marino. Casson è nato a Chioggia il 5 agosto 1953. Si è laureato in giurisprudenza a Padova, ha lavorato in magistratura, è stato pm di inchieste molto note. Ha lasciato la magistratura nel 2005. Alle elezioni politiche del 2006 è stato eletto in Senato, come indipendente, tra le fila dei Ds. Attualmente è senatore della repubblica nel gruppo del Pd.
Il consigliere regionale nell'esecutivo di Veltroni

Andrea Causin
, 36 anni, consigliere regionale, candidato per la mozione di Dario Franceschini. Sposato, un figlio, vive a Martellago. E’ entrato in Regione nel 2005, si occupa in particolare di temi legati al welfare, alle politiche del lavoro e alle attività produttive. Nel novembre 2007 è stato chiamato da Veltroni a far parte dell’esecutivo nazionale del Pd, dal quale è poi uscito. Dal 1999 al 2002 era stato segretario nazionale dei giovani delle Acli.

17.7.09

Andrea Causin: con Dario Franceschini, l'appello

Il 14 ottobre 2007 milioni di italiani si sono messi in movimento e insieme hanno dato vita al Partito Democratico. Con le primarie e le elezioni politiche abbiamo visto quanti altri con noi hanno raccolto la sfida del cambiamento, di apertura della nostra società e della politica, di rottura degli schemi rigidi e anacronistici del nostro paese.

Al tempo stesso abbiamo constatato come quel consenso non fosse una cambiale firmata in bianco, ma una fiducia da riconquistare e alimentare di giorno in giorno.

Per farlo serve un partito che sia al servizio dell'Italia e degli italiani, di tutti gli italiani. L’esatto contrario, cioè, della politica di divisione sociale e di difesa del corporativismo che porta avanti il governo Berlusconi.

L’Italia ha bisogno di uno sviluppo economico nuovo, che faccia crescere tutto il paese senza giocare sulle sue divisioni. Ha bisogno di mobilità sociale e di un sistema di welfare inclusivo, capace di rispondere e tutelare le nuove fasce di povertà e di insicurezza, a partire da quella del lavoro precario.

L’Italia ha bisogno di scelte lungimiranti. Come, di fronte alla crisi economica, Obama in America ha proposto un’idea nuova di sviluppo che fa leva sulla green economy, sul futuro e la solidarietà nazionale, così in Italia il Partito Democratico deve mettere in campo una visione coraggiosa e nuova della società: aperta, giusta, libera, solidale.

Perché questa visione sia credibile, serve coerenza nei comportamenti e nell’azione di governo e amministrazione della cosa pubblica. Solo con la coerenza tra le parole che diciamo ed i comportamenti che mettiamo in atto, riusciremo ad aggregare tutti quegli italiani che sono già in campo, in prima persona, a partite da quelli che – spesso in solitudine - in questi mesi si sono opposti alle disastrose politiche del governo. Dal mondo della scuola ai pensionati, dai dipendenti alle piccole e medie imprese, c’è un’Italia che ha bisogno di risposte, che ci chiede e vuole costruire nuove risposte.
Per fare tutto questo, per vincere la
sfida del cambiamento, dobbiamo costruire un partito radicato che risponda alle nuove esigenze della società. Non c’è contrapposizione tra partito delle primarie e partito strutturato. La rete dei circoli, per quanto fragile, ha tenuto in piedi il partito in questi mesi. Le Feste democratiche e de l’Unità sono vissute come momenti e spazi collettivi, politicamente caratterizzati ma aperti a tutti e “interessanti” per tutti. Dobbiamo pensare i nostri circoli come luoghi utili alla collettività, dove ragionare di politica ma anche in cui trovare risposte concrete, momenti di socializzazione e servizi utili. Dobbiamo valorizzare il loro lavoro e renderlo possibile, dando loro strumenti, attenzione e rappresentanza reale, non solo "compiti" da svolgere. Dobbiamo ripensare lo strumento delle primarie, che deve però rimanere anche per la scelta della leadership nazionale, senza gettare via “il bambino con l’acqua sporca”.

Ma soprattutto il PD deve darsi una nuova identità, una nuova appartenenza che superi le vecchie. Ci sarà un partito strutturato e radicato, solo quando il PD smetterà di essere un partito di ex, ma avrà costruito una nuova compiuta identità democratica. Quando arriveremo ad essere tutti, semplicemente, democratici.

Due anni fa abbiamo iniziato un cammino collettivo che ha dato vita al primo grande partito di questo secolo. A noi stessi e all’Italia abbiamo promesso una nuova stagione. Oggi, e' Dario Franceschini ad incarnare questa idea.

In questi pochi, difficili mesi alla guida del partito, e' stato capace di dare unità al partito, di usare parole chiare e compiere scelte nette e coraggiose. Dovrà continuare a farlo, dovremo aiutarlo a continuare a farlo, con determinazione e coerenza.
Con Dario Franceschini, con l'impegno diretto di tanti di noi, possiamo dare gambe al percorso del PD e costruire un futuro per il nostro partito e per il nostro paese.

Vinicio Peluffo, Federica Mogherini, Andrea Causin, Francesco Ori, Luca Rizzo Nervo, Giorgia Beltramme, Andrea Catena, Stefano Fancelli, Pierluigi Regoli, Fabio Santoro

16.7.09

Andrea Causin: manifesto dei trentenni per Dario Franceschini

Europa 16 luglio 2009
Noi under 30 con Dario

La nostra sfida è avvicinare alla politica chi è distante, i tanti nostri coetanei che la percepiscono come qualcosa di inconcludente da cui stare alla larga.
Ma il punto di partenza deve essere chi c’è: quei ragazzi e quelle ragazze che, con una scelta controcorrente rispetto alla propria generazione, hanno deciso che vale la pena di mettersi in gioco, di provare a cambiare il mondo partendo dal proprio quartiere. Ragazzi e ragazze che hanno nel proprio vocabolario parole come “militanza”, “territorio”, “passione”, “partecipazione”, che conoscono la fatica della politica.
Siamo una generazione che esiste. Nel Partito democratico, nei suoi circoli, sui banchi nei consigli comunali, provinciali e regionali, nei suoi organismi dirigenti. Uno straordinario patrimonio di energie, impegno, fantasia e senso di appartenenza. Un buon punto di partenza per praticare un ricambio generazionale che non sia solo una operazione mediatica. Per costruire un Pd innovativo e moderno che parta dai suoi giovani per conquistarne dei nuovi. Per parlare a chi nei circoli non ci ha mai messo piede, per intercettare le aspettative, i bisogni e le speranza di una generazione di cui facciamo parte, di cui condividiamo le ansie ma anche la voglia di futuro.
Vogliamo parlare a chi ha la nostra età, chiamarli ad un impegno diretto accanto a noi, vogliamo convincerli del progetto del Partito democratico: pensiamo alle migliaia di professionisti in maggioranza “under 30” che lavorano nelle aziende italiane confrontandosi quotidianamente con la flessibilità, a quei giovani di talento delle factory che portano avanti progetti culturali creativi, ai ricercatori universitari che per amore della scienza e dello studio, resistono in Italia con paghe da fame, ai tanti giovani che hanno smesso di studiare e lavorano duramente senza interessarsi di politica perché pensano che non discuteremo mai di quello di cui parlano la sera a tavola: le tasse, come arrivare a fine mese, l’affitto da pagare, un frigo da riempire,la speranza di costruirsi una famiglia.
Di fronte ad una società più povera e smarrita, più incerta e insicura, una parte largamente maggioritaria delle nuove generazioni corre il rischio di avere un triste primato: quello di avere meno speranze di futuro delle generazioni che l’hanno preceduta. Viviamo in un paese a bassissima mobilità sociale in cui è altissima la probabilità che il figlio di un operaio faccia lo stesso lavoro del padre, nel caso riesca ad averlo, un lavoro. Un paese in cui il reddito e le condizione economica della famiglia è decisiva più del merito e delle capacità, nel determinare quale sarà il percorso di studi, il lavoro, le opportunità che potranno avere nella vita.
Vogliamo un partito che sia innanzitutto partito della società: che valorizzi le idee e le istanze dell’Italia giovane e nuova, che studia, intraprende, rischia: mettendo ogni giorno in gioco un pezzo di futuro. E ci candidiamo ad essere noi lo strumento per poter parlare a questa Italia, e a questa generazione. Perché si tratta della nostra Italia. E della nostra generazione.
Quella che ha assunto la dimensione del suo esserci dopo che a Berlino era caduto il Muro, che ha scelto il partito quando i partiti erano messi alla gogna, ed è cresciuta con i Simpson e con le notizie delle bombe a Palermo e Roma. La generazione che conosce la rete e le reti, gli sms e l’i-Pod, usa i social network e ha confidenza con i nuovi linguaggi del nuovo tempo.
E per dargli voce e rappresentanza, dobbiamo immaginare e costruire un radicale e ambizioso programma di trasformazione del nostro paese, riforme vere, concrete, profonde, diritti nuovi, esigibili, universali, libertà di scelta e autonomia, pari opportunità e un nuovo welfare, un nuovo patto tra le generazioni.
Una Italia del merito e dei talenti, che ha il coraggio delle riforme. Che risolve i problemi, che non si perde negli infiniti giri di una politica inconcludente e fastidiosa. Una Italia che sceglie, anche a costo di scontentare qualcuno. Che sa rompere i legacci che negano le opportunità, che libera l’avvenire delle generazioni future, che muove assedio alle mille caste, casematte e cittadelle dei privilegi nazionali.
Abbiamo la presunzione di credere che questa Italia inizia dal progetto di governo del Partito democratico, abbiamo la certezza di dire che per costruire questo progetto è da noi che si deve partire, senza inventare nulla. Non contro qualcuno, non per chiudere ad altri ciò che chiediamo sia aperto a noi. Intendiamo assumere le responsabilità del tempo presente senza paura di sporcarci le mani, con la consapevolezza che non si fa politica per governare, ma si governa per cambiare.
Crediamo nella forza della green economy, come motore dello sviluppo che sconfigge la crisi. Vogliamo un sistema del lavoro in cui le garanzie si ampliano e le risorse che finanziano i diritti si redistribuiscono. Pensiamo ad una nazione delle autonomie e dei piccoli comuni, che sappia scommettere su politiche che scoraggino il fenomeno della urbanizzazione selvaggia e dello spopolamento della provincia, della campagna e della montagna. Crediamo nella modernizzazione del paese, attraverso le infrastrutture, le energie rinnovabili, le nuove tecnologie, lo sviluppo industriale che sa rispettare il territorio. Crediamo in una democrazia matura, bipolare e parlamentare. E vogliamo una legge elettorale nuova che ci dia un parlamento di eletti e non di nominati.
Le energie nuove per realizzare questo progetto ci sono: è la generazione che esiste e che vuole far vincere Dario Franceschini.
Per continuare a rinnovare il Partito democratico, facendone un luogo aperto ed accogliente, che non sia solitario ma che trovi nella sua vocazione maggioritaria la forza dello stringere alleanze di programma e non di cartello. Per governare, non solo per vincere.
Ci rivolgiamo a quelli che si sentono parte di questa generazione che abbiamo evocato, a chi da tempo sente sulle mani la fatica della politica, a chi ha da sempre il coraggio un po’ anticonformista di scegliere la sezione invece del bar, un volantinaggio invece di una partita di pallone, una cena con il circolo invece di una serata in discoteca. Sappiamo che sono tanti e che hanno voglia di esserci, in questo tempo, che a molti pare cupo, ma che invece è emozionante. Perchè è tempo di ricostruire lo spazio della partecipazione democratica, di suscitare intelligenze e disponibilità per proseguire la strada di un partito che costruisce il domani salendo sulle spalle di una storia che ci rende forti e non nostalgici.
È la strada del Partito democratico, che vogliamo percorrere con tanti di voi, condividendo le difficoltà, confrontandoci sul futuro, assumendoci le nostre responsabilità di uomini e donne che credono nell’impegno. Consapevoli che il congresso del Pd sarà solo una tappa, anche se fondamentale, di un viaggio che conduce ad una Italia nuova.

Andrea Causin , Giacomo D’Arrigo, Antonio Iannamorelli, Gian Luca Lioni, Luigi Madeo, Dario Marini