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9.3.13

PD Venezia verso gli Stati Generali


Stati generali del Pd per decidere la rotta

Stati generali del Pd per aprire una riflessione sulla rotta che dovrà prendere il partito. A proporli, giovedì sera nella riunione del direttivo provinciale, è stato il segretario Michele Mognato. L’incontro è stata la prima occasione per il principale partito della città di aprire la riflessione sull’esito del voto, e di ragionare sulle prossime elezioni amministrative (a San Donà e Martellago, dove si vota con il doppio turno; e a San Stino di Livenza e Pianiga) con il rischio che, per dirla con le parole di Mognato «il voto politico vizi il voto amministrativo». Che poi vuol dire cercare di parare l’ondata d’urto del Movimento 5 Stelle, che alle politiche è riuscito a imporsi come primo partito in mezza provincia e mezza città. 

«Gli Stati generali di dopo Pasqua» dice Mognato «saranno due giorni con tutti gli eletti per aprire una riflessione profonda per parlare di che partito vogliamo essere e di che progetto abbiamo per il nostro territorio. Sarà l’occasione, in attesa del congresso, per parlare anche con più libertà, per riflessioni che non siano viziate da appartenenze. Intanto in questi giorni dobbiamo uscire dai circoli e aprirci al territorio, organizzare assemblee come abbiamo già fatto a Marghera». 

E proprio in vista del congresso provinciale - previsto in autunno ma la cui convocazione è strettamente collegata a quanto accadrà a Roma - resta incerto il futuro di Mognato, che potrebbe dimettersi subito, o portare il partito al congresso. 

Tra gli interventi più critici quello di Rodolfo Viola: «Per noi è stata una sconfitta perché in Veneto non siamo riusciti a intercettare il disagio che si è espresso per Grillo. C’è una voglia di politica che dobbiamo capire, e che ci doveva portare, ad esempio, a fare le primarie aperte». E in vista delle amministrative la questione è «complicatissima. Cosa succederà se ci troveremo, per esempio, al ballottaggio con Grillo?». 

In molti temono l’effetto Mira. Per Marco Stradiotto, il cui intervento è previsto nel prossimo direttivo «avevamo il leader, ma è mancata la squadra. Il Pd è troppo agganciato alle regole e non fa più politica, dobbiamo fare tutti un esame di coscienza». (f.fur.) 

4.1.13

Post Primarie: il PD fa il conto con i maldipancia, anche nel veneziano


Il Pd fa i conti con i mal di pancia

 Il Pd, reduce dalle primarie dei parlamentari, è alle prese con i mal di pancia evidenti dell’ala cattolica, rimasta a bocca asciutta, e con la formazione delle liste in vista delle prossime elezioni politiche. Insistenti le voci che vogliono in lista, cooptati dalla segreteria nazionale, Andrea Martella e Pierpaolo Baretta più una donna. In corsa c’è Laura Puppato, oltre a Davide Zoggia che dovrebbe trovare un posto sicuro in Sicilia. Le primarie hanno decretato la vittoria dell’ala sinistra del partito rispetto agli ex Margherita. E c’è chi ora apertamente dice che non ci sta. 
Parlano Rodolfo Viola e Marco Stradiotto, che sono stati battuti dall’ala ex Ds . Il primo smentisce di voler restituire la tessera ma si dice molto deluso. «Sono deluso ma non mollo il Pd. Non ho voglia di queste discussioni in questo momento ma vorrei invece una riflessione su cosa sta diventando il Partito Democratico dopo queste primarie. Non mi lamento del risultato ma segnalo un disagio che ora sta avanzando perché , dopo il voto, il Pd assomiglia a qualcosa di vecchio». Ovvero i vecchi Ds. Stradiotto ieri ha preso l’aereo ed è volato a Roma. Dalla sua ha un appello che sta circolando, lanciato dal vicesindaco di Caerano San Marco (Tv), Daniele Guiotto e che punta a chiedere a Pierluigi Bersani e a Rosanna Filippin di rimettere in gioco il senatore di Martellago. Lui spiega: «Ringrazio gli amici che mi sostengono. Il fatto è che in questo momento pare che chi ha avuto il coraggio di candidarsi alle primarie vale meno di chi questo coraggio non ce l’ha avuto. E allora era meglio non candidarsi alle primarie. Spero che il regionale valuti il lavoro che ho fatto. Io non discuto dei voti ma ritengo che oltre ai numeri si debba anche fare una scelta meritocratica sul lavoro fatto e sul contributo da dare. Il Veneto è strategico per la vittoria alle prossime politiche. Certo è che se vedrò in lista persone che io non ritengo all’altezza della qualità che penso di avere, allora poi sarò libero di reagire e sarò giustificato». 
In lista entreranno tutti e undici i candidati delle primarie veneziane, distribuiti tra Camera e Senato ma saranno pochi ad avere davvero chance di ottenere l’elezione in Parlamento. Tra i certi ci sono il senatore uscente Felice Casson ( il più votato in provincia) e il segretario provinciale Michele Mognato. Se Casson preferirà correre al Senato, Mognato correrà per la Camera. Questo uno degli scenari possibili. Un posto certo anche per la deputata uscente Delia Murer, mentre la giovane Sara Moretto non avrà certezze fino al 25 febbraio. Non è parente di Marcello Basso e ha sostenuto Renzi. Posti garantiti non solo dai numeri ma anche dal rispetto delle differenze di genere, previste per comporre le liste dei candidati Pd per Camera e Senato. L’ultima parola spetta alla direzione regionale convocata sabato da Rosanna Filippin mentre quella nazionale è confermata per l’8 gennaio. Per quella data la direzione di Bersani svelerà quali saranno i parlamentari veneziani che otterranno il paracadute per entrare in lista. 

Mitia Chiarin

18.1.11

Il PD Veneto contro il patto di stabilità che strangola gli Enti Locali

Pd: basta con il Patto di stabilità
La Nuova Venezia 18 gennaio 2011

PADOVA. Riformare il patto di stabilità. La richiesta del Pd - sotto forma di progetto di legge - nasce per dare risposta all’affanno dei Comuni virtuosi, strangolati dai legacci del patto che ne vincola le spese. «Ho chiesto a Calderoli di ascoltare i suoi sindaci» rivela Stradiotto.
«Ho telefonato a Tosi e gli ho detto che il suo capo ci sta rovinando - aggiunge il senatore del Pd - quindi gli ho chiesto di chiamarlo».
Esempio della situazione in cui versano i Comuni è Bassano: a settembre è stato costretto a bloccare i pagamenti, pena lo sforamento del patto. I soldi - che pure erano in cassa - sono stati sbloccati solo la prima settimana di gennaio, quando l’amministrazione ha saldato debiti per 7 milioni di euro. Vittime del patto anche Caerano che, pur avendo ricevuto una donazione di un milione e mezzo di euro per fare una scuola, non può avviare i lavori, e Loreggia, falcidiata dai tagli per aver acquistato la rete del gas. E’ tra i 12 Comuni veneti che hanno sforato e sperano nel Milleproroghe per avere un po’ di respiro; domani incontreranno l’Udc a Roma. Nel frattempo, la deputata del Pd Simonetta Rubinato, invita a disobbedire al patto, soprattutto per la messa in sicurezza delle scuole. «Serve subito una buona riforma del patto che vada di pari passo con il federalismo» sostiene Marco Stradiotto, componente della Bicamerale per il federalismo. «Deve favorire i Comuni virtuosi, penalizzando gli spreconi. Ad oggi i sindaci sono di fatto commissariati da Tremonti, senza contare che ci sono situazioni troppo diverse tra loro per poter essere gestite dall’alto. Questo vale anche nel caso di un patto di stabilità regionale». Proprio sull’autonomia impositiva dei Comuni si gioca il voto del Pd sul federalismo. Dopo l’annuncio dell’introduzione della compartecipazione all’Irpef per i Comuni, resta da chiarire la copertura della cedolare e definire l’autonomia impositiva delle amministrazioni: «Andasse tutto a posto, potremmo anche votare a favore - prosegue - tuttavia c’è il rischio che per raccattare voti non venga fuori la proposta migliore».
Quanto ai numeri, Rovigo è il Comune italiano con la spesa per il personale pro capite più bassa d’Italia, 161 euro, mentre la spesa più alta è a Trento che, forte dell’autonomia, può contare su 2.807 euro pro capite. «Il patto di stabilità così com’è congegnato impone ai Comuni regole assurde» aggiunge Stradiotto. Da qui la proposta del Pd di valutare i Comuni in base a tre parametri di efficienza: spese per personale e indebitamento - in proporzione alle entrate - e grado di autonomia impositiva. I Comuni verrebbero così suddivisi a seconda che siano virtuosi - con gestione autonoma - poco virtuosi - con il blocco delle assunzioni - e non virtuosi. «Con questo federalismo i territori riceveranno più risorse tra alcuni anni, ma nel frattempo ne perdono altrettante» sostiene il segretario del Pd Rosanna Filippin

28.6.10

Federalismo e Veneto: il punto della situazione



“Il federalismo? Dovrebbe essere il terreno della concretezza. La Lega lo ha trasformato in quello delle promesse tradite”. Parola di Rosanna Filippin, segretario regionale del Pd Veneto. Le prove? Nei dati forniti dal Senatore Marco Stradiotto: “Il Veneto è tra le prime regioni d’Italia per contributo procapite al gettito fiscale, ma è in coda alle classifiche sulla spesa e sui trasferimenti”. La soluzione la indica lo stesso senatore del Pd: “Dare agli enti locali autonomia, ma anche responsabilità: con tasse gestite in modo chiaro e trasparente dai diversi livelli istituzionali, da introdurre subito, in cambio però di una parallela riduzione del carico fiscale dovuto alle tasse dello Stato centrale. Altrimenti crescerà a livelli record un carico fiscale che già oggi è a livelli di picco storico”.



Sono questi gli elementi emersi oggi a Padova, nella conferenza stampa in cui Marco Stradiotto, componente della Commissione Bicamerale sul Federalismo, ha presentato i risultati di un’indagine sui numeri del federalismo fiscale.



Laura Puppato, capogruppo del Pd in Consiglio Regionale, presente alla conferenza stampa, ha commentato così le cifre fornite dallo studio: “Ci voleva la pazienza del Senatore Stradiotto per estrarre quei numeri chiari negati per mesi dal Governo agli enti locali. Oggi è chiaro che il Veneto ha sì un livello di spesa procapite contenuto, ma anche livelli di investimento e quindi di qualità inferiori, in alcuni servizi come il settore socio-sanitario e quello dei trasporti pubblici, rispetto ad altre regioni del Nord. Quanto alla sproporzione tra gettito versato allo stato e trasferimenti è chiaro che la situazione del Veneto è del tutto iniqua”.



“Dai numeri veri sul federalismo – ha aggiunto la Filippin – parte la sfida del Partito Democratico alla Lega. La nostra non è una sfida contro il federalismo. Anzi, è una sfida a farlo davvero: modificando subito il Patto di Stabilità e correggendo l’assurdità di una manovra che rischia solo di tagliare risorse agli enti locali e allo stesso tempo aumentare le tasse”.



E sugli sprechi nella Regione Veneto, Laura Puppato preannuncia battaglia: “Ci sono situazioni, come quella degli amministratori delle società partecipate dalla Regione, in cui vogliamo vederci chiaro. In tempi di crisi, non sono più tollerabili certe prebende milionarie come quelle previste nelle società regionali con il consenso del centrodestra al governo”.

1.9.09

Scaramuzza, Causin, Tiozzo, Zoggia, Stradiotto e Murer a Mirano per le dimissioni di Semenzato

la Nuova di Venezia — 01 settembre 2009
«Vergogna-vergogna», ring in piazza


MIRANO. Da un lato i militanti del Pd che scandiscono lo slogan «ver-go-gna-ver-go-gna», dall’altro il sindaco Roberto Cappelletto che, uscendo dal municipio, si prende per alcuni minuti il palco della protesta: «Voi vi dovete vergognare, che state strumentalizzando questa faccenda». Tutt’intorno i clienti del mercato settimanale di Mirano. Passano, guardano, si informano.
Quelli del Pd si sono trovati alle 10.30 all’ingresso del municipio, dalla parte di piazza Martiri, per chiedere le dimissioni del vicesindaco della Lega Nord Alberto Semenzato, responsabile del pagina Facebook «Lega Nord di Mirano» su cui è comparso il manifesto «Immigrati clandestini: torturali! E’ un tuo diritto». Lui da giorni si difende sostenendo di essere la vittima di un complotto: qualcuno avrebbe inserito quel manifesto a sua insaputa, dopo avergli rubato la password d’accesso al computer. Il Pd non ci sta, perché, ribatte «la sua versione non è credibile».
Ieri i militanti hanno gridato il loro sdegno in faccia al sindaco, e Cappelletto non ha avuto timore a rispondere, in un acceso scontro verbale in un lunedì di mercato particolarmente affolatto dopo le ferie di agosto. Non si è visto invece il vicesindaco della Lega, principale bersaglio della manifestazione, che da alcuni giorni preferisce stare nell’ombra.
Per invitarlo a fare un passo indietro ieri sono arrivati a Mirano i vertici regionali del partito: il senatore Marco Stradiotto, la deputata Delia Murer, i consiglieri regionali Andrea Causin e Lucio Tiozzo, l’ex presidente della Provincia, Davide Zoggia, il coordinatore provinciale Gabriele Scaramuzza, gli esponenti del Pd miranese e con alcuni militanti di base e altri esponenti del centrosinistra e dell’opposizione politica a Mirano. Uno schieramento di forze al quale, sabato 5 settembre, potrebbe aggiungersi il segretario nazionale Dario Franceschini.
I responsabili regionale del partito stanno cercando di portarlo a Mirano per lanciare un segnale forte, perché, come dicono, «questa città si trasformi un simbolo della lotta al razzismo». Chiaro il messaggio lanciato ieri dal Pd: «Semenzato dovrebbe dimettersi a scopo cautelativo, fino a quando non sarà l’inchiesta della magistratura a fare chiarezza su quanto accaduto». E se Semenzato fosse davvero innocente? Se fosse stato veramente beffato? «Ma come ha fatto a non accorgersi di quel manifesto? - risponde Causin - come mai nessuno dei leghisti iscritto al gruppo di Semenzato si è mai accorto di quel manifesto? La verità è che quel messaggio appare comunque verosimile, perché negli ultimi mesi questo comune ha emanato una serie di ordinanze che minano la convivenza civile tra noi e gli immigrati».
Per Stradiotto, che quand’era sindaco di Martellago ha amministrato anche con la Lega, «il sindaco dovrebbe ritirare le deleghe a Semenzato, perché nel suo ruolo istituzionale di vicesindaco ha commesso un grave errore». Cappelletto non lascia correre: «Usano la menzogna come arma politica, noi abbiamo preso le distanze da quel manifesto, messo da chi vuol male a questa amministrazione, e abbiamo già denunciato l’episodio alla Polizia postale».
(Francesco Furlan)

15.7.09

PD Veneto: comincia la corsa alla successione a Paolo Giaretta

LA NUOVA VENEZIA mercoledì 15 Luglio 2009


SEGRETERIA DEL PD


Tra Causin, Meo e Stradiotto una corsa a tre

VENEZIA. Per il congresso regionale del Partito Democratico di ottobre si profila una sfida a tre dopo la rinuncia del segretario regionale uscente Paolo Giaretta.


L’ex Ppi e senatore Marco Stradiotto dovrebbe correre per l’area Bersani mentre tra i fans di Franceschini si indica come candidato il consigliere regionale, anche lui ex Ppi, Andrea Causin. Marta Meo, del gruppo dei “piombini”, potrebbe invece scendere in campo per Ignazio Marino.

Intanto, con l’apertura della fase congressuale, cominciano ad arrivare in Veneto i candidati alla segreteria nazionale. Ad aprire le danze domani, alle 17.30 a Venezia sarà Ignazio Marino.

14.7.09

Marco Stradiotto: PD, necessario voltare pagina

Partito Democratico, La svolta necessaria
In questi giorni moltissime sono state le analisi avanzate da giornalisti, parlamentari, amministratori locali (giovani e meno giovani), iscritti e simpatizzanti del PD. In tanti hanno cercato di sviscerare le ragioni di un risultato elettorale deludente, sia alle europee che alle amministrative.
I dati sono, in effetti, impietosi. Certo, l’affluenza è scesa molto, ma come non riflettere sul fatto che solo il 26,1% degli elettori ha votato PD contro il 33,2% delle politiche del 2008. Se ci concentriamo sul Nord, in particolare sul Veneto e sulla Lombardia, constatiamo che il PD è diventato il terzo partito, molto distanziato da PDL e Lega. In Veneto siamo al 20,29% contro il 26,5% di un anno fa. Ciò significa che su 100 persone adulte che incontriamo in strada solo 14,7 hanno votato PD. È una situazione inquietante. In questi anni, soprattutto negli ultimi mesi, ho percepito che stavamo perdendo il nostro blocco sociale di riferimento. Molti degli elettori ci hanno preferito Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Casini. Oppure semplicemente hanno scelto di stare a casa.
Perché? Quali sono le ragioni di questa disaffezione? Io ho provato a darmi delle spiegazioni che sintetizzo così.
1. Il partito della “crisi”
In tempi di recessione molti dirigenti del PD hanno come dato l’impressione di “tifare per la crisi”, quasi che l’aggravarsi del disagio sociale potesse tradursi in un vantaggio elettorale per noi. Questa percezione, più o meno diffusa, ha fatto sì che italiani preferissero a noi chi comunicava loro messaggi di speranza e di ottimismo. Berlusconi nascondeva (e nasconde) la reale portata della crisi. Nello stesso tempo, Berlusconi ha accarezzato (e accarezza) ogni giorno l’orgoglio degli italiani. I nostri imprenditori, gli operai, la gran parte dei cittadini italiani sanno che la crisi non è finita e sanno pure che è destinata a durare a lungo, ma non sopportano quei politici che sulla crisi speculano allo scopo di strappare qualche voto in più. Prima o poi i nodi arrivano sempre al pettine. Tuttavia, se il PD non modifica l’approccio alla crisi, rischia un ulteriore calo di consensi. L’assurdo è, infatti, che molti scaricano la responsabilità di questa contingenza economica non su chi la governa, ma sull’opposizione. Bisogna cambiare passo e argomentazioni.
2. Il partito “imborghesito”
Il PD sembra sempre più un partito di nicchia. Un partito elitario, distante da chi soffre, distante da quella parte di società che fra mille difficoltà sta tirando la carretta. Lontano dagli operai, dagli imprenditori, dai disoccupati, dai pensionati, dalle casalinghe. Da quelle persone che passano notti insonni perché temono di perdere il lavoro o per il fatto che i soldi non arrivano alla fine del mese. Da quegli imprenditori che non vedono un futuro per la propria azienda e temono di dover licenziare i dipendenti con cui hanno lavorato gomito a gomito per decenni. Da quei titolari di aziende che rischiano di perdere tutto perché le banche hanno chiuso le linee di credito o perché la pubblica amministrazione paga una fornitura, o un lavoro, dopo molto tempo, anche dopo un anno. Mentre il popolo sconta gli effetti della crisi sulla propria pelle, il PD affronta temi sicuramente importanti, ma con nessuna aderenza alla vita concreta delle persone. Come se il partito fosse di un altro pianeta, parliamo di DICO, di PACS, di Testamento Biologico. E poi ci chiediamo perché gli operai non ci votano più. Prima di discettare dei diritti giusti ma marginali, affrontiamo i diritti fondamentali: il diritto al lavoro, il diritto a una vita dignitosa, il diritto alla sicurezza sul lavoro e nella vita di tutti i giorni, il diritto a uno stipendio equo.
3. La tentazione della battuta e politica dell'immagine
Immaginare di battere Berlusconi ricorrendo alla battuta facile e alla politica dell'immagine è un suicidio. Inseguendolo su questa strada, visti gli scarsi mezzi mediatici a nostra disposizione, e la pochissima attitudine di molti (anzi moltissimi) nostri dirigenti al loro utilizzo, saremo sempre e comunque su un terreno che non ci appartiene. Con il risultato di esporci, ancora una volta, a sicura sconfitta. Dovremmo riflettere, e riflettere molto seriamente, sul fatto che l'unico che è riuscito, in tutti questi anni, a battere Berlusconi è stato l'antidivo Romano Prodi: uomo serio, preparato, tosto, che, tuttavia, non aveva sicuramente dalla sua la caratteristica di essere un bravissimo comunicatore televisivo. Riusciremo a vincere solo nel momento in cui smetteremo di scimmiottare "malamente" il modo di fare del centrodestra. Dobbiamo avere la forza e la capacità di proporre leader seri e preparati, portatori di obiettivi ambiziosi e messaggi mirati che riescano a proporre e, soprattutto, a far capire la linea del partito.
4. Poche risorse per i territori
Nei suoi primi due anni di vita, il PD è stato diretto in modo assolutamente centralista. La gestione Roma-centrica di un partito che si dichiarava “leggero” e di questa leggerezza si faceva perfino vanto è stata una scelta sbagliata. Organizzare manifestazioni, sostenere giornali di partito, letti peraltro da poche migliaia di cittadini, drena milioni e milioni di euro, ma lascia a secco le segreterie locali, provinciali e regionali. Serve una rivoluzione. Il finanziamento pubblico deve essere girato alle organizzazioni decentrate in base all'entità dei voti raccolti, investendo in modo proporzionalmente maggiore nelle zone dove abbiamo ottenuto i risultati più deludenti. È assolutamente necessario che il PD diventi un vero partito federale, con una sua autonomia nella gestione finanziaria e nella proposizione di temi che interessano i territori e i loro cittadini.
5. Una scarsa cultura d'impresa
I mondi produttivi, le PMI, l'artigianato, l'agricoltura, il commercio avvertono il PD come distante. Lo vedono più vicino al pubblico impiego, vicino a quelle categorie che, sempre più, l'opinione pubblica giudica "parassitarie" piuttosto che alle forze più dinamiche del Paese, quelle capaci di affrontare rischi e in grado di trainare l'economia. Il PD ha nel suo codice genetico, nonostante molti lo neghino, una certa diffidenza verso l'imprenditore, verso il padrone o il padroncino. Non sono trascorsi troppi anni da quando alcuni leader del nostro partito definivano i piccoli imprenditori del Nord "egoisti evasori". Secondo voi quegli elettori hanno dimenticato queste accuse? No, vi garantisco di no. Esiste ancora molta diffidenza nei nostri confronti. Diffidenza ulteriormente accentuata dalla percezione di una vicinanza del PD anche alla grande impresa o a qualche illustre banchiere italiano. Chi rischia e suda tutti i giorni ha l'impressione che il nostro Partito sia amico solo di quella parte del Paese che, in giacca e cravatta, sfrutta quelli che, con la tuta da lavoro, si sporcano le mani per guadagnare la pagnotta. In questo schema è chiaro l'operaio voti con più probabilità la Lega o il PDL piuttosto che noi. Riflettiamoci.
6. La sicurezza tradita
I cittadini hanno paura. Quali che siano i dati sulla sicurezza, questa percezione è una realtà. Proviamo a frequentare le stazioni, i metrò, i mezzi pubblici, le aree più degradate e periferiche delle città italiane. Cerchiamo di comprendere lo stato d'animo di donne che vivono attimi di vero e proprio panico e che, quando arrivano a casa, accendono la tv e si trovano inondate da un'infinità di notizie che raccontano di fatti criminali accaduti nel corso della giornata. Che messaggio diamo noi, come partito, a queste persone? Normalmente siamo sulla difensiva: difendiamo i giudici che magari hanno lasciato a piede libero un delinquente o inflitto una pena irrisoria al "mostro" di turno. Così i cittadini, a torto o a ragione, preferiscono chi ha buon gioco a proporre la linea dura: senza distinguo, senza spiegazioni, senza argomentazioni sui limiti del nostro sistema penale. Certo, su questo terreno noi del centrosinistra ci portiamo dietro il fardello dell'indulto approvato nell'agosto di tre anni fa. Ci vorrà tempo per cancellare dalla memoria degli elettori questa responsabilità (votata anche da Forza Italia, ma in pochi lo ricordano) e per proporre un messaggio netto in grado di conciliare sicurezza e lotta all’esclusione sociale, rispetto delle regole e certezza del diritto.
7. Immigrazione, troppa confusione
L’immigrazione sposta oggi consensi e muove sensibilità. I populisti agitano questo tema, e la lotta ai clandestini, per ottenere facili vittorie elettorali. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni, sappiamo tutti che si tratta di un fenomeno epocale frutto delle migrazioni di popoli sfruttati e maltrattati. Persone che scappano dalla morte e dalla fame, per cercare di sopravvivere e di garantire un futuro ai propri figli. Il PD in questi anni ha tenuto la posizione più corretta e razionale. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini non l'ha compresa o non l'ha condivisa. Mi è capitato spesso di parlare con nostri connazionali che hanno, in passato, vissuto l'esperienza dell'emigrazione. Ti aspetteresti persone tolleranti che capiscono e accettano il fenomeno. Invece, in molti chiedono rigidità e tolleranza zero. Questo soprattutto perché non concepiscono che "l'ospite" non rispetti le regole del Paese in cui si trova a vivere e perché ricordano che a loro non era concesso "nulla": bastava uno sgarro e subito erano rispediti a casa. Su questi temi il PD si è dimostrato incapace di comprendere che a pagare la mancanza di sicurezza e di regole sono stati soprattutto i più deboli, le persone che svolgono i lavori più umili, che si spostano sui mezzi pubblici, che frequentano gli ospedali. Che risposte diamo? Non possiamo fermarci alle enunciazioni di principio. L’integrazione deve essere la nostra unica parola d’ordine. Integrazione fatta di diritti ma anche di doveri. Primo fra tutti quello di rispettare le leggi italiane e di conoscere la nostra lingua e le nostre abitudini. Senza scommettere su questo tipo di integrazione saremo sempre sopraffatti dalla Lega che propone soluzioni inefficaci e razziste ma che almeno parla ai cittadini più deboli e dice loro esattamente quello che si aspettano di sentirsi dire.
IMPERATIVO: CAMBIARE!
È indispensabile voltare pagina. È indispensabile che la politica si avvicini ai reali problemi dei cittadini. Da qui deve ripartire il nuovo PD. Servono leader coraggiosi. Servono chiarezza, lealtà, trasparenza. Occorre spezzare l'equazione secondo cui politica significa opacità, slealtà, falsità, incoerenza. C’è bisogno di più umiltà e di una maggiore disponibilità nei confronti degli elettori e dei cittadini. Sul piano dei contenuti, dobbiamo ripartire dalle difficoltà dei più deboli, superando la vecchia divisione per classi, elaborando risposte concrete per tutte quelle persone che orgogliosamente stanno andando avanti fra mille difficoltà. Dobbiamo smetterla di frequentare i salotti, andiamo nei luoghi di lavoro, nei posti di ritrovo, nelle sedi delle associazioni di categoria. Troviamo soluzioni reali alle paure, all’immigrazione, alla criminalità, alla crisi. In tema di lavoro cambiamo passo e troviamo il coraggio di riconoscere che il rischio d'impresa non è sufficientemente considerato nel nostro Paese e dal nostro partito. Cerchiamo di stare alla larga dalla politica della battuta e dalla tentazione di dichiarare qualcosa tutti i giorni solo per finire sulle agenzie o sui giornali. Costruiamo piattaforme programmatiche articolate nell’impostazione ma semplici nella traduzione dei nostri messaggi. Cerchiamo per ogni problema una risposta chiave, sintetizzabile in poche parole, e realizzabile davvero. Rimettiamo in piedi un partito realmente federale che lasci autonomia finanziaria e politica ai singoli territori.
Abbiamo 100 giorni per proporre alla nostra gente il Partito che vogliamo. 100 giorni per costruire, finalmente, il nuovo PD.

Marco Stradiotto